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Consultazione e Diagnosi psicologica, Visita psichiatrica, Psicoterapia, Neuropsichiatria infantile per Bambini da 0 a 12 anni | Roma | Colli Portuensi | Monteverde

0-2 anni prima infanzia:

  • consultazioni perinatali
  • psicoterapie brevi madre-bambino

2-6 anni seconda infanzia:

  • consultazione psicologica
  • psicodiagnosi
  • psicoterapia

6-12 anni età di latenza:

  • consultazione psicologica
  • psicodiagnosi
  • diagnosi per difficoltà scolastiche e disturbi dell’apprendimento (DSA)
  • visita psichiatrica infantile
  • psicoterapia

Consultazioni perinatali >

Psicoterapie brevi madre bambino

Per un sano sviluppo psichico e mentale del bambino è essenziale, nei primi due anni di vita, una corretta interazione con la madre ambiente. Già durante la vita intrauterina madre e bambino, in modo sia cosciente che inconscio, cominciano a creare uno stato di sintonia e di armonica interazione affettiva, che contribuisce allo stato di benessere di entrambi. Laddove, per ragioni legate a fattori ambientali, traumatici, conflittuali dei genitori, o per difficoltà intrinseche del bambino, l’interazione diventi disarmonica, il disagio psichico del bambino può dare origine ad una serie di sintomi: irrequietezza, pianto irrefrenabile, insonnia, arresto di sviluppo, ritiro sociale, disturbi dell’alimentazione, sintomi psicosomatici. Se tale disagio non viene curato precocemente può sfociare in patologie quali l’autismo, la depressione, la psicosi infantile e altro.

Momento estremamente delicato e difficile è il periodo che va dal primo al secondo anno di vita: il piccolo uomo esce dalla simbiosi con la madre e diventa un individuo separato, in ciò aiutato dalla conquista di abilità motorie e linguistiche. È il momento in cui la madre riprende i suoi spazi, anche lavorativi, e comincia ad affidare il bambino a terzi o all’asilo nido. Alcuni bambini possono vivere in modo traumatico, come un abbandono definitivo, una perdita irreparabile, l’allontanamento temporaneo della madre e possono manifestare tale disagio con rifiuto del cibo, apatia, incubi e risvegli notturni, grave irrequietezza, incapacità di giocare, tendenza a fare male a se stesso o agli altri. Questi comportamenti hanno lo scopo di richiamare l’attenzione continua dell’adulto.

Le psicoterapie brevi mirano a modulare la separazione in modo che essa venga vissuta da bambino e madre come una conquista, in quanto fonte di maggiore autonomia, e non come una perdita; tali interventi, oltre ad eliminare sofferenze, evitano la strutturazione di patologie che possono manifestarsi nell’immediato, oppure restare latenti e poi esplodere durante la vita adolescenziale ed adulta.

Difficoltà nella separazione e nella socializzazione con chiusura patologica o con comportamenti aggressivi verso gli adulti o i coetanei, ritardo nelle acquisizioni di alcune competenze (quali controllo sfinterico e linguaggio), depressione o irrequietezza eccessiva, balbuzie, ansia, insonnia, pavor nocturnus, difficoltà ad accettare il proprio genere sessuale (travestitismo), fobie, in particolare del buio, degli animali, della scuola, sono alcuni dei motivi che portano i genitori a chiedere una consultazione nella seconda infanzia.

Questi sintomi nascono da difficoltà intrinseche dello sviluppo oppure da traumi affettivi legati a conflittualità familiari, a separazioni obbligate dai genitori, o da altri fattori traumatici esterni (lutti, incidenti, migrazioni, terremoti, guerre e altro).

Il processo diagnostico si articola attraverso una osservazione congiunta madre-bambino o padre-bambino, se quest’ultimo non è ancora in grado di separarsi. Se invece è in grado di separarsi allora, come in età di latenza, la diagnosi si struttura con sedute di gioco libero accompagnate da colloqui con i genitori.

Alla fine del percorso si valutano la necessità e le modalità di trattamento del bambino e/o dei genitori.

Ansia, depressione, fobie, disturbi del comportamento e della socializzazione (a volte sotto forma di bullismo o di vittimismo), sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD), disturbi del sonno e sonnambulismo, sintomi psicosomatici (più frequenti vomito, cefalee, dolori addominali), sono alcune delle ragioni per cui i genitori si rivolgono allo specialista per chiedere una diagnosi.

Al di là delle specifiche richieste, la psicodiagnosi nell’età di latenza si articola nel seguente modo.

Dopo un colloquio iniziale con i genitori che fanno la richiesta di valutazione e dopo una accurata analisi della domanda si aprono due diversi percorsi: tre colloqui di approfondimento con i genitori sia insieme che singolarmente e tre sedute di gioco libero con il bambino. A quest’ultimo con l’uso dei giocattoli, dei disegni e della comunicazione verbale si offre la possibilità di esprimere e allo specialista di leggere dove si colloca la conflittualità o la patologia o la disarmonia di sviluppo e se il disagio e la sofferenza psichica, a volte espressa tramite sintomi, nascono da conflittualità intrapsichiche, familiari o ambientali.

Alla fine dei due percorsi con il bambino e i genitori, in un colloquio di restituzione, si offre la possibilità di avere un quadro più chiaro delle difficoltà intrapsichiche e relazionali.

Se necessario si propone e si avvia una percorso di psicoterapia.

Più nello specifico, alcune delle richieste più frequenti riguardano:

1) Dipendenza da Internet o da videogiochi

Dietro questa fuga nel virtuale ed incapacità di staccarsi dai videogiochi, trascurando o tagliando il rapporto con il reale, si celano delle problematiche e delle dinamiche complesse che coinvolgono l’assetto interiore del bambino, la sua capacità di relazionarsi con i pari e con gli adulti, le conflittualità familiari, scolastiche e sociali. La diagnosi è complicata da questi fattori e, sia nella valutazione che nel trattamento, un ruolo fondamentale lo giocano i genitori e le dinamiche familiari e sociali.

Il trattamento ha buon esito se il bambino comincia a trarre piacere dal reale e riscopre l’importanza dei rapporti basati sul contatto interattivo, sensoriale, corporeo e diretto con persone vive, distinguendo la fantasia dalla realtà.

2) Disadattamento scolastico e disturbi dell’apprendimento

Vari fattori possono contribuire al disadattamento scolastico. Essi possono essere estrinseci, ossia legati a differenze socioculturali tra gli allievi, a presenza di bambini appartenenti, tenuto conto dei flussi migratori degli ultimi decenni, a etnie, culture, lingua e religioni diverse dalla nostra, o al gruppo classe, ove spesso alcuni allievi assumono il ruolo di bulli e maltrattano quelli più docili e fragili. In questi casi, si privilegia l’intervento sulla scuola e sui genitori attraverso gruppi di formazione a carattere psico-pedagogico che mirano a facilitare i necessari processi di integrazione.

I fattori intrinseci nascono nella mente del bambino, o per motivi nevrotici come una forte angoscia di separazione, o per situazioni familiari complesse che lo inducono a restare a casa per controllare i genitori (ad es. nascita di un fratellino o genitori in difficoltà), o perché il bambino teme il confronto con i pari o con gli insegnanti e sviluppa ansia da prestazione. Quest’ultima può portare a rifiutare il confronto con gli altri nei bambini con disagio psicologico legato a lievi deficit sensoriali o motori, tic, balbuzie, ritardo cognitivo secondario a patologie neurologiche o endocrine o a patologie comportamentali, quali l’ADHD (sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività), ad alcune forme di epilessie, autismo o altri disturbi della socializzazione.

Ovviamente il disadattamento scolastico è strettamente connesso ad una compromissione nella capacità di apprendere ed una diagnosi accurata, fatta dallo psichiatra infantile, arricchita da test di livello intellettivi, visuo-motori, spaziali e proiettivi che valutino la presenza o meno di un deficit cognitivo, sono uno strumento fondamentale per pianificare eventuali interventi psicopedagogici, riabilitativi, psicoterapeutici. Tali interventi, certificati con relazioni scritte, vengono programmati con i genitori e, su richiesta di quest’ultimi, con le insegnanti.

Un discorso a parte meritano i molto diffusi disturbi specifici di apprendimento.

Questa categoria comprende i disturbi che si presentano nei bambini con funzionamento intellettivo nella norma, ma incapaci di apprendere alcune abilità specifiche quali lettura (dislessia), scrittura (disgrafia e disortografia) e calcolo (discalculia).

Non è ben noto perché insorgono tali disturbi: si è ipotizzata una non dimostrata origine genetica basandosi sul dato che a volte anche i genitori sono stati affetti da DSA. Le teorie neuropsicologiche sostengono che possa essere presente una disfunzione del sistema nervoso centrale che rende difficile processare gli stimoli e le informazioni per poi tradurle in linguaggio parlato o scritto e difatti una certa percentuale di bambini affetti da DSA hanno avuto nella prima infanzia problemi di linguaggio ed hanno fatto riabilitazione logopedica. La riabilitazione precoce viene comunemente considerata la cura principale per facilitare la soluzione del disturbo. Tale visione teorica non tiene conto che sin dalla vita intrauterina i fattori neurobiologici interagiscono con quelli ambientali e questi ultimi, soprattutto le interazioni affettive e cognitive, stimolano la crescita neuronale; pertanto la nascita della mente e l’apprendimento non dipendono solo dal cervello ma anche dalle relazioni umane. Da ciò si evince che la riabilitazione non è sempre sufficiente, ma può essere addirittura dannosa quando, del DSA e della mancanza di fluidità del pensiero, sono responsabili inibizioni e blocchi nello sviluppo intellettivo ed emozionale. Fondamentale è una diagnosi accurata, fatta dallo psichiatra o dallo psicologo infantile, che comprenda non solo test di livello che valutino le capacità cognitive, lo sviluppo psicomotorio e visuo-spaziale del bambino, ma anche un’indagine sull’assetto emotivo e le eventuali difese utilizzate. Laddove si evidenziano blocchi emotivi è utile una psicoterapia ed una integrazione, se è in atto la riabilitazione, con il professionista che la sta praticando.

Ovviamente la psicoterapia è il trattamento di elezione nelle inibizioni intellettive postraumatiche o di conclamata origine emotiva.

3) Bambini che hanno subito abusi o violenze

Le ferite e le possibili conseguenze psicopatologiche lasciate da comportamenti perversi degli adulti verso i bambini sono molto difficili da sanare. Per aiutarli e proteggerli bisogna muoversi su vari fronti:

  • se è in atto un procedimento giudiziario collaborare con il Tribunale per i Minori con interventi tecnici di ufficio o di parte;
  • se l’abuso e la violenza sono intrafamiliari e c’è stato un allontanamento del bambino, collaborare con i Servizi territoriali attraverso interventi socioeducativi adeguati a contenere il trauma.

L’intervento psicoterapeutico diretto sul bambino mira, invece, a far sì che egli elabori il trauma, si senta più persona e non oggetto e riacquisti la fiducia perduta negli adulti.