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Il ritardo nel linguaggio nei bambini

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Quando un bambino tarda a parlare

Che cosa sono i Disturbi specifici del linguaggio (DSL). Quando rivolgersi al logopedista.

Quello dei disturbi del linguaggio nei bambini è diventato, negli ultimi anni, un tema di grande attualità a seguito di una maggiore attenzione da parte di genitori, insegnanti e pediatri di base. Per quanto tale attenzione sia fondamentale in termini di prevenzione e di tutela dello sviluppo psicofisico globale del bambino, può accadere che valutazioni frettolose causino falsi allarmismi, diagnosi errate ed interventi superflui o perfino dannosi.

Cerchiamo di fare chiarezza, precisando innanzitutto che il linguaggio è un’abilità innata dell’essere umano, il cui sviluppo procede in modo a volte imprevedibile e soggetto ad un’estrema variabilità individuale.

Per questo motivo, la valutazione dello sviluppo del linguaggio nei bambini va inserita in una valutazione globale che tenga conto di fattori ereditari (ad esempio, va considerato a che età hanno iniziato a parlare i genitori o i nonni), familiari o ambientali (ad esempio, è probabile che un bambino non primogenito inizi a parlare alcuni mesi prima dei fratelli) e, infine, fattori individuali.

Attorno ai due anni, i bambini solitamente possiedono un vocabolario di circa 20 parole e iniziano a formare le prime frasi; a tre anni il vocabolario è decisamente più ricco e il bambino organizza frasi più complesse.

Ma, dicevamo, i bambini non sono tutti uguali: dal punto di vista della maturazione linguistica e neurocognitiva, le variabilità individuali sono molteplici, e quello che può sembrare un ritardo o una difficoltà a comprendere o a comunicare, ovviamente in assenza di patologie organiche, potrebbe rientrare nel quadro di un globale sviluppo armonico del bambino. Altre volte, è possibile che il disturbo del linguaggio sia un sintomo o meglio un segnale che va inserito nel quadro più generale che riguarda lo sviluppo di quel bambino all’interno di quello specifico nucleo familiare

Come valutare se un bambino è semplicemente un “parlatore tardivo” oppure se si tratta di un “campanello d’allarme”? Quali sono i segnali a cui bisogna fare attenzione? Certamente la difficoltà di comprensione (capacità che nei bambini si sviluppa prima della parola) , il ritardo nell’uso del linguaggio (ad esempio bambini che a 24 mesi utilizzano meno di 10 parole), il mutismo primario (bambini che a 24 mesi non hanno mai pronunciato nessuna parola) oppure una regressione: a volte bambini che iniziano a parlare ma dopo alcuni mesi inspiegabilmente smettono! Questo è il cosiddetto mutismo secondario.

In ogni caso, la difficoltà o il ritardo nella parola, fino al mutismo primario o secondario, non sono malattie ma disturbi, ovvero segnali che qualcosa nello sviluppo di quel bambino non sta procedendo nel modo corretto.

In questi casi è fondamentale una visita specialistica dallo psichiatra infantile o neuropsichiatra infantile e dallo psicologo dell’età evolutiva. La visita neuropsichiatrica infantile valuta lo sviluppo psicofisico globale del bambino: affettivo e cognitivo, psicomotorio, la capacità di comprensione, la capacità di gioco simbolico, l’attaccamento e così via.

Molto spesso accade che le difficoltà evidenziate dai genitori, dalle maestre o dal pediatra, possono essere facilmente superate con dei colloqui con i genitori (negli ultimi tempi chiamati parental training o parent training) e/o con poche sedute di gioco con il bambino. Questi interventi sono molto efficaci nei casi in cui il ritardo nel linguaggio sia causato da “errori involontari” compiuti dai familiari nello stimolare adeguatamente quello specifico bambino (ad esempio usare un linguaggio troppo complesso, anticiparlo quando deve esprimersi e così via) ma anche quando la difficoltà ad esprimersi è il segnale di un malessere passeggero vissuto dal bambino, spesso secondario ad eventi della vita quali l’inserimento a scuola, cambiamenti nell’orario di lavoro dei genitori e così via.

In questi casi, interventi di tipo riabilitativo, come la logopedia, a volte erroneamente considerata anche dai pediatri di base come il trattamento di prima scelta, non sono indicati.

Viceversa, nel caso in cui lo specialista (neuropsichiatra infantile, psichiatra infantile e psicologo dell’età evolutiva) ravvisasse un disturbo dello sviluppo potrà essere necessario un trattamento psicoterapeutico più strutturato che riguardi i genitori e il bambino, che abbia come obiettivo quello superare eventuali blocchi evolutivi. Sono queste le situazioni in cui, in alcuni casi specifici, il percorso di cura prevedrà anche l’intervento del logopedista , ma raramente prima dei sei anni.

La logopedia, infatti, come tutti i trattamenti riabilitativi, agisce sulle funzioni compromesse: non cura, cioè, la causa del ritardo o del mancato sviluppo linguistico del bambino.

Non si potrebbe compiere forse errore più grande del considerare il linguaggio, abilità per sua natura plastica e in continua evoluzione, come irrimediabilmente compromesso proprio nei primi anni dello sviluppo e in totale assenza di patologie organiche! Inoltre, nel caso in cui il disturbo del linguaggio fosse il sintomo di un malessere del bambino, la logopedia potrebbe dare l’illusione di avere risolto il problema o almeno migliorato la situazione, ma il sintomo potrebbe per così dire “uscire dalla porta per poi rientrare dalla finestra” e richiedere, a quel punto, interventi più lunghi.

Posso concludere che una valutazione dal neuropsichiatra infantile, dallo psichiatra infantile, dallo psicologo per bambini è essenziale non solo per valutare l’effettiva necessità di intervento ma anche per indirizzare i genitori verso terapie brevi ed efficaci.

 

Lucia Maulucci
Psichiatra psicoterapeuta
Professore a contratto di psicologia dello sviluppo e dell’educazione
Corso di laurea in logopedia. Università Cattolica Roma