Nel panorama attuale, dove l’uso della cannabis appare sempre più accessibile e normalizzato, emergono domande cruciali: quali effetti ha davvero sul nostro cervello? E in particolare, può influenzare le funzioni cognitive come la memoria di lavoro? Uno studio recente mette in luce elementi importanti a riguardo — elementi che uno studio psicologico come il nostro ritiene fondamentali per comprendere meglio la relazione tra sostanze, mente e benessere.
I dati dello studio
Ricercatori guidati da Joshua L. Gowin e colleghi hanno analizzato i dati del progetto Human Connectome Project, comprendendo 1 003 giovani adulti (età media 28,7 anni). JAMA Network
Gli individui sono stati suddivisi in tre gruppi in base all’uso di cannabis nella vita:
- non-utilizzatori (meno di 10 usi)
- utilizzatori moderati (11-999 usi)
- utilizzatori pesanti (mille o più usi) JAMA Network
Inoltre, è stata rilevata la presenza di metaboliti di THC nelle urine per identificare l’uso recente. JAMA Network
Cosa hanno scoperto
- Gli utilizzatori pesanti di cannabis hanno mostrato una minore attivazione cerebrale durante un compito di memoria di lavoro rispetto ai non-utilizzatori. In particolare regioni come la corteccia prefrontale dorsolaterale, la porzione mediale del lobo prefrontale e l’insula anteriore risultavano meno attive. JAMA Network
- L’uso recente di cannabis è stato associato a peggiori prestazioni e a una attivazione cerebrale ridotta nei compiti di memoria di lavoro e motori, ma queste associazioni non hanno resistito a tutte le correzioni statistiche. JAMA Network
- Non è stata trovata un’associazione significativa tra diagnosi di dipendenza da cannabis e attivazione cerebrale nei compiti considerati. JAMA Network
- Gli autori sottolineano che si tratta di dati associativi, non causali: lo studio è trasversale e non può stabilire con certezza che l’uso di cannabis abbia causato le differenze osservate. JAMA Network
Perché è importante per chi si occupa di benessere psicologico
Come psicologi, ci troviamo spesso a operare con giovani adulti che vivono in contesti di libertà maggiore, uso di sostanze più frequente, stress, lavoro, relazioni instabili. Comprendere modalità di funzionamento della mente e del cervello è fondamentale. Ecco alcuni spunti utili:
- Il fatto che l’uso pesante di cannabis entri in correlazione con una minore attivazione cerebrale nelle aree legate alla memoria di lavoro suggerisce che, in un percorso psicologico, potrebbe essere utile esplorare l’uso di questa sostanza come variabile che può influenzare la capacità di concentrazione, di pianificazione, di gestione delle informazioni.
- Anche se l’uso recente non ha dato associazioni forti in termini di attivazione cerebrale corretta statisticamente, i dati indicano che nell’immediato potrebbero esserci impatti sulle prestazioni cognitive: questo è utile da considerare quando un paziente segnala difficoltà di memoria, attenzione fluttuante, rallentamento.
- Il dato che non emerge una forte associazione con la diagnosi di dipendenza porta a riflettere: non è solo la “dipendenza” che va osservata, ma la quantità cumulativa d’uso, la frequenza, l’età d’inizio, le condizioni di contesto.
- Come studio di psicologia, è importante trasmettere ai pazienti e al pubblico che “non è solo quello che succede oggi”, ma anche la storia dell’uso. L’articolo stesso sottolinea che sono necessari studi longitudinali per capire quanto durino eventuali effetti. JAMA Network
Cosa possiamo consigliare (senza allarmismi, con equilibrio)
- Se stai utilizzando cannabis regolarmente (molti usi nella vita) e noti difficoltà cognitive (memory‐lag, difficoltà a tenere a mente più elementi, già usato il termine “memoria di lavoro”), può essere utile portare questo tema nella seduta di psicologia, per esplorare insieme il ruolo dell’uso di sostanze.
- Anche per chi usa occasionalmente: essere consapevoli che anche l’uso recente può influenzare temporaneamente la funzione cognitiva, e quindi nei momenti importanti (studio, lavoro, prove) potrebbe essere utile astenersi o ridurre l’uso. Lo studio suggerisce che un periodo di astinenza può aiutare le prestazioni cognitive. JAMA Network
- La valutazione clinica dovrebbe tenere conto non solo di ansia, depressione, stress, ma anche di “uso di sostanze” come parte del quadro complessivo — e considerare con il paziente/manco l’eventualità che funzioni cognitive più deboli possano contribuire a peggiori strategie psicologiche e di coping.
- Essere chiari: questo studio non afferma che chi ha usato cannabis avrà sicuramente danni permanenti. Ma offre un segnale di attenzione: nella mente e nel cervello, qualcosa sembra cambiare quando l’uso diventa prolungato e frequente.
L’articolo di Gowin et al. ci ricorda che la mente e il cervello non sono separati dalle scelte che facciamo: uso di sostanze, frequenza, età d’inizio, quantità, tutti elementi che possono influire. Per uno studio di psicologi che desidera accompagnare ciascuno nel proprio percorso di consapevolezza, crescita e benessere, questo significa: includere il discorso sull’uso nella valutazione, offrire strumenti di esplorazione, e promuovere scelte autonome consapevoli.
