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Diritti degli adolescenti: il valore dell’ascolto e della libertà nella crescita personale

Essere adolescenti oggi significa muoversi in un territorio complesso, dove le certezze degli adulti sembrano vacillare e le possibilità si moltiplicano. È un’età fragile e potente insieme, in cui la costruzione del sé si intreccia con la ricerca di riconoscimento e libertà. Parlare dei diritti degli adolescenti non è dunque un esercizio teorico, ma un atto necessario: significa mettere al centro i bisogni autentici di chi sta imparando a essere se stesso. L’articolo di Anna Franchin, pubblicato su Internazionale e ispirato alla “Teen-age Bill of Rights” del 1945, riporta alla luce dieci diritti fondamentali dei ragazzi e delle ragazze. Parole nate quasi ottant’anni fa, ma straordinariamente attuali: perché ogni generazione adolescente chiede, in fondo, la stessa cosa — essere ascoltata e rispettata nel proprio diventare. Il diritto di diventare se stessi Chiudere con l’infanzia non è solo un passaggio biologico: è un processo emotivo e identitario. Gli adolescenti reclamano il diritto di essere considerati persone in trasformazione, non bambini “a metà strada”. In psicologia dello sviluppo, questo momento segna la nascita del senso di sé: riconoscere la propria voce, i propri desideri, i propri limiti. Il diritto di partecipare A scuola, in famiglia, nella società: essere parte delle decisioni che riguardano la propria vita alimenta l’autostima e la percezione di efficacia personale. Coinvolgere gli adolescenti non significa cedere il controllo, ma educare alla responsabilità. Il diritto di sbagliare Nessuna crescita è possibile senza errore. Il fallimento, se accolto e rielaborato, diventa esperienza, resilienza, forza. Il diritto di sbagliare è il diritto di imparare, di sperimentare la realtà senza paura di deludere. Il diritto di mettere in discussione La ribellione adolescenziale non è un disturbo: è il sintomo di un pensiero che si risveglia. Chiedere spiegazioni, discutere le regole, interrogare l’autorità significa allenare il pensiero critico. È così che si impara a scegliere in modo consapevole. Il diritto alla relazione Divertirsi, stare in gruppo, vivere legami affettivi: sono esperienze fondanti dell’età adolescenziale. Il gruppo dei pari diventa specchio e laboratorio, uno spazio dove si impara la fiducia e si sperimenta l’amore. È il cuore della crescita emotiva e sociale. Il diritto all’aiuto Chiedere supporto non è un segno di debolezza. È un atto di consapevolezza. La psicologia clinica ricorda che il benessere mentale si costruisce anche grazie alla presenza di figure professionali capaci di ascoltare, orientare, sostenere. Garantire agli adolescenti l’accesso a spazi di ascolto psicologico è oggi una priorità educativa e sociale. Il diritto a un futuro possibile Avere opportunità reali — nello studio, nel lavoro, nella vita — è ciò che permette di immaginare il domani. Quando queste mancano, nasce il disincanto. Restituire fiducia e prospettiva ai giovani significa nutrire la speranza collettiva. Il diritto di costruire la propria visione del mondo Ogni adolescente cerca risposte a domande universali: chi sono, cosa voglio, in cosa credo. Offrire spazi di confronto e libertà di pensiero è il modo più autentico per accompagnarli verso una maturità consapevole. Un compito per adulti e professionisti Riconoscere i diritti degli adolescenti non è solo un atto di tutela, ma una forma di responsabilità culturale. Famiglie, insegnanti, psicologi ed educatori hanno il compito di creare contesti in cui il dialogo sia possibile, dove l’ascolto valga più del giudizio e la fiducia diventi la chiave della crescita. L’adolescenza non è un problema da gestire, ma una stagione da comprendere.Perché in ogni adolescente che si sente visto e accolto, cresce anche la società del domani.

Cannabis e cervello: cosa rivela lo studio su memoria e funzioni cognitive

Nel panorama attuale, dove l’uso della cannabis appare sempre più accessibile e normalizzato, emergono domande cruciali: quali effetti ha davvero sul nostro cervello? E in particolare, può influenzare le funzioni cognitive come la memoria di lavoro? Uno studio recente mette in luce elementi importanti a riguardo — elementi che uno studio psicologico come il nostro ritiene fondamentali per comprendere meglio la relazione tra sostanze, mente e benessere. I dati dello studio Ricercatori guidati da Joshua L. Gowin e colleghi hanno analizzato i dati del progetto Human Connectome Project, comprendendo 1 003 giovani adulti (età media 28,7 anni). JAMA NetworkGli individui sono stati suddivisi in tre gruppi in base all’uso di cannabis nella vita: Cosa hanno scoperto Perché è importante per chi si occupa di benessere psicologico Come psicologi, ci troviamo spesso a operare con giovani adulti che vivono in contesti di libertà maggiore, uso di sostanze più frequente, stress, lavoro, relazioni instabili. Comprendere modalità di funzionamento della mente e del cervello è fondamentale. Ecco alcuni spunti utili: Cosa possiamo consigliare (senza allarmismi, con equilibrio) L’articolo di Gowin et al. ci ricorda che la mente e il cervello non sono separati dalle scelte che facciamo: uso di sostanze, frequenza, età d’inizio, quantità, tutti elementi che possono influire. Per uno studio di psicologi che desidera accompagnare ciascuno nel proprio percorso di consapevolezza, crescita e benessere, questo significa: includere il discorso sull’uso nella valutazione, offrire strumenti di esplorazione, e promuovere scelte autonome consapevoli.

“Adolescence. Identificazioni in piano-sequenza”

L’opera di Marshall McLuhan del 1967, The medium is the massage, apriva una riflessione in merito all’importanza del contenitore mediatico sulla trasmissione del contenuto: la peculiarità della struttura comunicativa di ogni medium lo rende non neutrale perché essa suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare.  La trama di Adolescence non è particolarmente originale, forse banale, per dirlo alla Hanna Arendt: un adolescente accusato di aver brutalmente assassinato una sua coetanea. Adolescence è uno squarcio impietoso sul nero degli adolescenti, o meglio dell’adolescenza. Se ci chiediamo come mai questa serie abbia acceso innumerevoli dibattiti e superato i sessantasei milioni di visualizzazioni nelle prime due settimane di uscita, possiamo rispondere che essa si interroga sull’enigma dell’adolescenza – la fragilità, la solitudine, il bullismo, il ruolo dei social, la distanza incommensurabile tra le generazioni, la violenza – e che quindi tratta temi propri dell’umano come il sesso e l’aggressività. Certamente. Ma non si può prescindere dal medium. Le quattro puntate della serie, perché si tratta di una tragedia in quattro atti, sono ciascuna girate in piano sequenza, una tecnica cinematografica che, escludendo quasi completamente l’uso del montaggio, fa coincidere il tempo dell’azione rappresentata con quello dello spettatore, dando un effetto di immediatezza, come nel teatro, ma con l’attenzione alla gestualità, alla mimica e all’espressività degli attori tipica del cinema, e che consente una partecipazione intensa a quello che viene rappresentato e una profonda identificazione. Il piano sequenza è già portatore di contenuto. Sono le sei di mattina quando una squadra di poliziotti armati fa irruzione con violenza eccessiva e sproporzionata nella casa di un tredicenne, svegliandolo di soprassalto e arrestandolo per omicidio. Lo spettatore, che osserva la scena in tempo reale, vede un bambino di tredici anni, perché Jamie è un bambino terrorizzato, che si fa la pipì addosso quando i poliziotti entrano in casa sua, e lo segue nelle fasi drammatiche dell’arresto fino al tragico epilogo dell’interrogatorio. Il tempo della rappresentazione e quello della visione coincidono quasi perfettamente. Il pubblico è lì. Emilia De Rosa (1996), evidenziava le reazioni degli individui e dei gruppi rispetto a comportamenti antisociali negli adolescenti; queste oscillano tra la rigida repressione, come i poliziotti che fanno irruzione, e l’indulgenza, la compassione, perché ci si identifica con la parte sofferente del ragazzo, in un movimento riparativo che è sano e terapeutico perché porta alla comprensione. Raramente la cronaca dei giornali, dei telegiornali o ancora meno dei social, forse perché troppo immediata, sbrigativa, concreta, sensazionalistica e quindi non attenta alle sfumature, consente questo tipo di pensiero e accende un dibattito. Invece, così come i genitori, gli insegnanti, i poliziotti, i familiari di Jamie, noi, il pubblico, siamo presenti e ci interroghiamo e cerchiamo di capire cosa sia accaduto, come sia stato possibile. Si prova una profonda inquietudine che deriva dalla cruda consapevolezza che tutto ciò che fino a quel momento, finché erano bambini, finché eravamo dei bambini, era possibile solo in fantasia, può essere fatto: si può fare sesso, si può fare fisicamente del male, si può uccidere. Ma al fondo del buio, dello squarcio impietoso, c’è speranza. La speranza è quella del poliziotto, padre anche lui di un adolescente, che chiede il permesso di entrare nella scuola per avvicinarsi a quel mondo che sente puzzare di “sudore, cavolo e masturbazione”.  Anche il pubblico, dopo l’irruzione della prima scena e la profonda empatia provata per quel non-più-bambino spaventato, è condotto attraverso il piano sequenza dentro la scuola, nella stanza di terapia, nella casa dei genitori di Jamie. Viene introdotta, in questa serie riuscita, una dimensione che attiene alla complessità dell’adolescenza e degli affetti. Il piano sequenza, il medium, è fondamentale nel trasmettere questa complessità. Diversi punti di vista, quindi, diversi livelli e diverse possibilità di identificazione attraverso le quali possiamo provare a capire sapendo che non possiamo capire. L’esclamazione insistente ed esasperata della psicologa “sto solo cercando di capire!.”, è anche la nostra. Ma la risposta non c’è perché Jamie per primo non ha capito. Eppure, egli ci indica la via per una comprensione attraverso la domanda sofferente e disperata “mai io ti piaccio?”. Noi che guardiamo possiamo forse rinunciare a comprendere cognitivamente e  spostarci sul piano della sintonizzazione affettiva, provando a tenere insieme, dentro di noi, quei bambini sorridenti mostrati in foto all’apertura di ogni puntata, e la sofferenza, l’inquietudine di quella che è stata definita “l’età di maggior follia della vita” (Lussana). Questo movimento ci consente di contattare la dimensione nostalgica dell’infanzia, che non è perduta, e della speranza per il futuro, che non è perduta neppure quella. E la nostra partecipazione, e la commozione, e gli interrogativi e i dubbi, ci mettono profondamente in discussione, come adolescenti, come adulti o come genitori. Siamo il terzo occhio che assiste al dramma, e così identifichiamo, e piangiamo, e rimaniamo attoniti, e sgomenti, e possiamo pensare e comprendere e non perdere la speranza perché noi siamo il gruppo che può sostenere e può aiutare. Di Lucia Maulucci

“Nightbitch. Madri che corrono con i lupi” di Lucia Maulucci

Lontana anni luce da una visione edulcorata della maternità, la pellicola di Marielle Heller è un viaggio attraverso il potere trasformativo dell’istintualità Cosa c’è di bello nell’essere madri? Niente. Niente di bello per la madre,  la protagonista di Nightbitch.   La madre non ha un nome, è solo la madre, o meglio una madre: fuori forma, la faccia stanca, i capelli crespi, i vestiti indossati senza cura, le notti di sonno mai più recuperato, le giornate tutte uguali, come in un girone infernale il tempo scandito dai french toast rosolati nel burro… Lasciato il lavoro in una galleria d’arte, la madre è imprigionata in un tempo fermo e circolare di giornate ripetitive uguali a loro stesse e vaga con il suo bambino in quartieri residenziali vuoti e patetiche attività per bambini e la spesa, e la noia, e la solitudine … “Vorrei essere contenta ma mi sento come bloccata in una prigione creata da me in cui mi tormento; ho la sensazione che le norme sociali, gli stereotipi di genere e la semplice biologia mi abbiano costretta a diventare una persona che non riconosco e sono arrabbiata sempre…. E ho paura che non sarò mai più brillante o felice o magra mai più nella vita, MAI PIÙ …” Perché, “quando entri in adolescenza, senti un fuoco dentro, lo alimenti e te ne prendi cura, non lo lasci divampare perché non si addice ad una ragazza, lo tieni segreto, lo lasci ardere, è da quel fuoco che puoi far nascere, ma che ne è di quel fuoco?” E da questa consapevolezza, dal poter dare voce alla sua frustrazione che la madre, giocando con il suo bambino, comincia a percepire IL cambiamento: peli, coda, capezzoli in più, un corpo istintivo e che parla libero; il corpo di un cane, di un mammifero… Così il tempo si rimette in movimento, tra corse notturne, giochi liberi e selvaggi, rapporti riscoperti con altre donne,  e la possibilità di poter toccare con mano tutta la passione della maternità compresi il rimpianto e la rabbia per ciò che è irrimediabilmente cambiato, la rabbia nei confronti di una società che pretende il brillio negli occhi delle donne che diventano madri, senza dare loro alcun sostegno e che non tollera alcun malcontento: madre sii felice di essere madre ma, in fondo, non stai facendo niente di che perché è ciò a cui sei biologicamente predestinata, se non dormi o se sei infelice è colpa tua: non ti sei organizzata, non sei una brava madre. Il film dà voce a quei pensieri sussurrati o accennati con vergogna e colpa persino nelle stanze di terapia, di aver immaginato che fosse tutto diverso, di non sopportare il pianto dei propri figli,  la noia delle giornate tutte uguali (“ma avevo aspettato tutto questo tempo per trascorrerlo con il mio bambino e invece mi annoio a morte a giocare con lui….”),  e la stanchezza, e il sonno perduto e il tempo personale annullato, fino al desiderio colpevole di voler tornare indietro o di desiderare  che quel figlio non ci sia,,, Ma quando tutto questo invece si può dire allora la madre riscopre la sua forza, il fuoco sotto la cenere. E se diventare madre non fosse una perdita, un’amputazione irreversibile? La psicoanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés nel suo saggio Donne che corrono con i lupi (1992), afferma che “i territori spirituali della donna selvaggia sono stati saccheggiati nel corso della storia…. I cicli naturali costretti a diventare ritmi innaturali per compiacere gli altri”, la separazione dalla natura selvaggia della donna fa sì che la personalità diventi “povera, sottile, pallida, spettrale” e si aggiri falsamente e sorridente e felice, come la protagonista all’inizio del film, tra la ludoteca e il supermercato. Quando la madre riscopre la “donna selvaggia” che è “forte come un lupo”, inizia ad amare il proprio corpo e dice quello che sente e può  contattare sé stessa e sentire il suo bambino, e  comincia a ridere e a giocare e a recuperare la parte più autentica di sé che è quella della lupa, della cagna, dell’istinto. Così la madre può ritrovare la funzione creativa della psiche e tornare a dipingere, meglio di prima, attingendo alla sua esperienza, alla sua complessità di essere umano, e alla propria forza istintuale, e tutto cambia perché forse diventare madre non è perdere una parte di sé ma trasformarla, riscoprendo quello che forse pure prima era celato, occultato, negato, il fuoco….

Psicodramma Analitico: un viaggio tra parola, azione e inconscio

Lo Psicodramma Analitico è una forma di terapia individuale che si sviluppa all’interno di un contesto gruppale, attraverso la rappresentazione simbolica di vissuti e processi inconsci. Grazie al “gioco” psicoanalitico, il paziente ha la possibilità di mettere in parola e in azione le proprie esperienze, esplorando in profondità le dinamiche emotive e relazionali. Come si svolge una seduta? Durante una sessione di Psicodramma Analitico, i partecipanti mettono in scena esperienze personali, sogni o episodi della loro vita, in un’atmosfera simile a quella teatrale. Le rappresentazioni avvengono in modalità “come se”, evitando qualsiasi forma di contatto fisico tra i partecipanti e favorendo la libera espressione attraverso la drammatizzazione. Ogni seduta è guidata da due terapeuti con ruoli distinti: Come agisce lo Psicodramma Analitico? Attraverso la messa in scena delle proprie emozioni, il paziente può osservare il contrasto tra il racconto personale, l’azione scenica e l’interpretazione esterna. Questo scarto consente di ristrutturare i modelli relazionali interiorizzati, lavorare sulle proprie emozioni e accedere a una nuova comprensione dei processi inconsci. A chi è rivolto? I gruppi terapeutici sono aperti a chiunque senta il bisogno di affrontare un disagio psicologico e desideri intraprendere un percorso di cura. I gruppi possono essere eterogenei per età e genere, ma vengono suddivisi in categorie specifiche per garantire un ambiente terapeutico adeguato: Info e contatti 📍 Dott. Riccardo Cocchi📞 SMS al 333 8585948📩 dr.riccardococchi@libero.it📍 Studio: Via Francesco de Vico 10 – 00142 Roma

Il pianto di Edipo, il nuovo libro di Emilia De Rosa

E’ uscito il nuovo libro di Emilia De Rosa. Alle soglie del terzo millennio, l’umanità si confronta con le stesse domande esistenziali che affliggevano Edipo Re e i tebani, colpiti dalla peste millenni fa. In un mondo segnato dalla precarietà e dal trauma, Edipo e Antigone, vicini al loro ultimo viaggio, ripercorrono le loro tragiche esperienze, cercando di dare un senso al destino che li ha perseguitati. In questo romanzo, il mito classico rivive in tutta la sua attualità, esplorando il confine tra il potere della mente e l’influenza del fato. Senza fornire risposte definitive, l’autrice invita a riflettere sul rapporto tra trauma e pensiero, offrendo uno strumento prezioso per chi studia il disagio psicologico e le scienze umane. ACQUISTA IL LIBRO

Giornata mondiale della salute mentale: promuovere il benessere psicologico per tutti

Oggi, 10 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un’occasione fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sul benessere psicologico e l’importanza della salute mentale. Lo studio di psicologia Psico Colli Portuensi vuole cogliere questa opportunità per riflettere su come la salute mentale sia una parte integrante del nostro benessere generale, tanto quanto quella fisica. Perché è importante parlare di salute mentale Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 450 milioni di persone nel mondo convivono con disturbi mentali. Tuttavia, nonostante la diffusione di questi disturbi, esiste ancora un forte stigma che impedisce a molte persone di cercare l’aiuto di cui hanno bisogno. È qui che entra in gioco la Giornata Mondiale della Salute Mentale: abbattere il muro del silenzio e promuovere un dialogo aperto su questi temi è essenziale per migliorare la qualità della vita di chi ne soffre. Il tema del 2024: “La salute mentale in un mondo che cambia” Il tema scelto per quest’anno, “La Salute Mentale in un Mondo che Cambia”, invita a riflettere su come i cambiamenti globali – dalle crisi sanitarie ed economiche alle trasformazioni sociali e tecnologiche – abbiano un impatto profondo sulla nostra psiche. Aumentano le richieste di adattamento, la pressione lavorativa e il senso di incertezza, fattori che possono contribuire a un aumento dell’ansia, della depressione e di altri disturbi psicologici. Come studio di psicologia, riteniamo sia fondamentale comprendere l’importanza di costruire una resilienza psicologica, che consenta di affrontare i cambiamenti in modo equilibrato, mantenendo una connessione con sé stessi e con le proprie emozioni. In questo senso, la terapia psicologica non è solo un mezzo per trattare i disturbi esistenti, ma rappresenta anche un percorso di crescita personale e di prevenzione. Il ruolo di uno centro di psicologia Presso il nostro centro Psico Colli Portuensi, ci impegniamo quotidianamente a creare uno spazio sicuro e accogliente in cui le persone possano sentirsi ascoltate e sostenute. Offriamo percorsi personalizzati che vanno dalla gestione dello stress e dell’ansia al trattamento dei disturbi più complessi, come la depressione e il disturbo post-traumatico da stress. In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, vogliamo ricordare a tutti che non c’è nulla di sbagliato nel chiedere aiuto. Parlare di ciò che ci preoccupa o ci turba è un segno di forza e di consapevolezza. Nessuno dovrebbe sentirsi solo di fronte alle proprie difficoltà emotive. Non dimentichiamoci mai che la salute mentale è un diritto di tutti. Per informazioni sui nostri servizi o per prenotare una consulenza, non esitare a contattarci.

Il potere della distruzione: come liberarsi della rabbia attraverso la scrittura

Un interessante rituale che sembra avere un effetto magico sulla gestione della rabbia è emerso da uno studio condotto presso l’Università di Nagoya e pubblicato su Scientific Reports. Secondo questa ricerca, scrivere le proprie emozioni su un foglio di carta e poi stracciarlo una volta finito potrebbe essere un efficace metodo per affrontare la rabbia. Durante l’esperimento, i ricercatori hanno chiesto a un gruppo di volontari di esprimere brevi opinioni su temi sociali, informandoli che i loro scritti sarebbero stati valutati. Le valutazioni ricevute erano deliberatamente molto negative, con punteggi bassi in termini di intelligenza, logica, interesse e razionalità, accompagnati da commenti sprezzanti come: “Non posso credere che una persona istruita possa pensare in questo modo”. Successivamente, i partecipanti sono stati invitati a reagire ai commenti ricevuti, concentrandosi sulle emozioni scatenate. Sono stati divisi in due gruppi: uno doveva distruggere i fogli scritti gettandoli nel cestino o passandoli in un trita-documenti; l’altro gruppo doveva conservare i fogli in una scatola di plastica o tenerli in un raccoglitore sulla propria scrivania. Dopo aver letto i commenti negativi sui loro scritti, tutti i partecipanti hanno mostrato un elevato livello di rabbia. Tuttavia, i livelli di rabbia delle persone che avevano distrutto i fogli su cui avevano scritto sono tornati ai livelli iniziali. Al contrario, coloro che avevano conservato le loro reazioni negative hanno mostrato solo una lieve diminuzione della rabbia iniziale. “Prevedevamo che il nostro metodo avrebbe ridotto la rabbia in una certa misura”, ha commentato Nobuyuki Kawai, ricercatore capo dello studio. “Tuttavia, siamo rimasti sorpresi dal fatto che la rabbia sia stata eliminata quasi completamente”. Questo studio suggerisce dunque che il semplice atto di scrivere e poi distruggere le proprie emozioni potrebbe essere un modo efficace per gestire la rabbia e recuperare la calma interiore.

Quali condotte sono comprese sotto il termine “autolesionismo”?

Riprendendo la definizione di Armando Favazza, l’autolesionismo è “un comportamento ripetitivo, solitamente non letale per severità né intento, diretto volontariamente a ledere parti del proprio corpo, come avviene in attività quali tagliarsi o bruciarsi” (1989, p. 137). Dunque, non possono essere considerate autolesionistiche in senso stretto le condotte che determinano solo indirettamente danni fisici (abbuffate, anoressia, assunzione di sostanze, etc.). Mentre possono essere considerate autolesionistiche le condotte che portano comunque a un ferimento volontario, anche se non inquadrabile all’interno di un chiaro contesto di patologia.  Entrando maggiormente  nello specifico, Favazza (1996) suddivide essenzialmente le condotte autolesive in due grandi gruppi: autolesionismo “deviante” e autolesionismo “culturalmente approvato”. Due tipi di autolesionismo. Del  primo tipo (per intenderci, quello che si ritrova nel nuovo DSM-5 sotto il nome di “Non-Suicidal Self-Injury”, NSSI) fanno parte tutte quelle condotte ascrivibili a precisi disturbi psichiatrici e che l’autore suddivide a sua volta in tre sottogruppi: –un autolesionismo “maggiore” che comprende gesti poco frequenti ma molto gravi (come l’enucleazione di un occhio, l’evirazione, l’auto-amputazione di un orecchio) e che si manifestano spesso nel contesto di intossicazioni acute da sostanze o di esperienze psicotiche. –un autolesionismo “stereotipato” che comprende azioni ripetitive e occasionalmente ritmiche (come battere la testa, percuotersi, mordersi, graffiarsi la bocca o gli occhi, strapparsi i capelli, lesionare la pelle, etc.) che si riscontrano in genere in soggetti con ritardo mentale (specie se istituzionalizzati), psicotici in fase acuta, sindromi autistiche o altre sindromi di carattere neurologico (come la sindrome di Tourette, quella di Cornelia de Lange o quella di Lesch-Nyhan). – un autolesionismo “superficiale/moderato”, che comprende forme autolesive lievi suddivisibili, a loro volta,   in tre tipologie: condotte compulsive (come la tricotillomania, il mangiarsi le unghie fino alla carne viva, lo strapparsi e scorticarsi la pelle), condotte episodiche e condotte ripetitive (come tagliare, incidere e bruciare la pelle, conficcarsi aghi, rompersi le ossa, interferire con la guarigione delle ferite, etc.). Tra queste le condotte più comuni sono tagliarsi e bruciarsi, presenti in numerose patologie:  nei disturbi di personalità (soprattutto borderline), nel disturbo post-traumatico da stress, nei disturbi dissociativi e nei disturbi dell’alimentazione. Tali atti sono in genere occasionali, ma possono diventare ripetitivi quando il soggetto li assume come modello di condotta per far fronte a determinate situazioni emotive o per rispondere a bisogni di identificazione con il gruppo di appartenenza. In questi casi il gesto autolesivo può configurarsi come un tratto stabile del modo di essere attorno a cui si sviluppa l’intera identità (si parla allora di cutters o burners) o come una vera e propria “sindrome di autoferimento intenzionale”, che inizia in adolescenza e si protrae per dieci o quindici anni, alternando periodi caratterizzati da gesti autolesivi a periodi di quiete e ad altri comportamenti impulsivi (disordini alimentari, abusi di sostanze, cleptomania). Del secondo tipo di autolesionismo, invece, quello “culturalmente approvato”, fanno parte “rituali” e “pratiche” autolesionistiche accettate da un gruppo. I “rituali” sono attività portate avanti per generazioni, che riflettono tradizioni e credenze della particolare società che li perpetua; molte di queste cerimonie hanno l’obiettivo di prevenire o scongiurare fenomeni che potrebbero destabilizzare la comunità (come catastrofi, rabbia degli dei, degli spiriti o degli avi, conflitti fra tribù, scontri uomo/donna, perdita dell’identità di gruppo). Le “pratiche”, invece, sono forme di modificazione o manipolazione corporea approvate dalla società di appartenenza (come tatuaggi, piercing, incisioni sulla pelle, impianti sotto pelle, scritture direttamente nella carne con ferri arroventati, etc.). Sono tutte condotte molto in voga nella società moderna: basti pensare ai ragazzi “Emo” che, sulla scia di una cultura post-punk/gotica, ricorrono a condotte autolesionistiche quasi fossero, queste, un rito da assolvere obbligatoriamente per affermare la propria identità e la propria appartenenza al gruppo, oppure ancora a quelle persone che si sottopongono a numerosi interventi di chirurgia estetica senza essere mai soddisfatte dei risultati, o persino a quegli artisti contemporanei (come Marina Abramovic, Gina Pane, Stelarc o Orlan) il cui lavoro è tutto incentrato sull’attacco al proprio corpo, un attacco violento, brutale, ma soprattutto reale, per quanto prodotto di un vero e proprio progetto artistico e di una strategia comunicativa pensata nei dettagli. Autolesionismo nelle società contemporanee. Oggi l’autolesionismo è un fenomeno talmente diffuso nei paesi industriali avanzati da costituire una vera e propria emergenza sociale, che riguarda tutta la popolazione, non soltanto quella psichiatrica e, in special modo,  la fascia di età giovanile. Giusto per citare qualche dato: circa il 4% di adulti privi di disturbi clinici riporta una storia di autolesionismo (Klonsky, Oltmanns & Turkheimer, 2003); negli Stati Uniti e in Canada il 14-15% degli adolescenti riferisce di aver compiuto almeno un atto autolesivo nell’ultimo anno (Laye-Gindhu & Schonert-Reichl, 2005); in Svezia gli adolescenti di 14 anni che riferiscono almeno un episodio di autolesionismo oscillano tra il 36 e il 40% (Bjärehed, Lundh, 2008); tra i pazienti psichiatrici adulti, gesti autolesivi sono presenti nel 20% dei casi (Briere & Gil, 1998) e, tra i pazienti psichiatrici adolescenti, le cifre salgono fino al 40-80% (Nock & Prinstein, 2004). Una situazione decisamente drammatica, dunque. Quasi un’epidemia. Perché questa diffusione trasversale dell’autolesionismo nelle società odierne? E, soprattutto, cosa spinge le persone a ferirsi (e nei modi più disparati)? Dal panorama complesso mostrato finora, le cose non sembrano per nulla chiare. Certo è che chi si ferisce lo fa per un motivo che a poco o niente a che fare con l’idea di darsi la morte. Su quali motivi sottendono queste condotte il dibattito è aperto ormai da anni. Friedman et al. (1972), ad esempio, pensano che l’autolesionismo serve a tenere sotto controllo pulsioni sessuali o di morte; Simpson e Porter (1981) ritengono che esso sia utile nel definire i confini tra il Sé e l’altro; Suyemoto (1998) ipotizza che tale comportamento protegga gli altri dalla propria aggressività e rabbia. In particolare Lemma (2010) sostiene che l’autolesionismo assolve una serie di compiti inconsci, tra cui: -negare la separazione o la perdita (con la fantasia inconscia di essere fusi con l’oggetto, rifiutando di elaborare il lutto per il corpo dell’oggetto perduto) – tentare la separazione (con la fantasia inconscia di sovrascrivere, tagliare via in modo violento

Bambini e schermi baby Sitter. Quali conseguenze sullo sviluppo?

“I bambini da zero a due anni non dovrebbero essere mai lasciati davanti a uno schermo di tv, tablet, pc e smartphone. Al massimo un’ora al giorno, invece, è il tempo consigliato per i bambini da due a cinque anni”. È l’appello lanciato nel 2019 dall‘Organizzazione mondiale della sanità: anni di studi e decine di ricerche, infatti, avevano riscontrato diversi problemi comportamentali nei bambini piccoli affidati agli schermi-babysitter. TV, TABLET E CELLULARI. L’elenco è lungo: irritabilità, apatia, ritardo nel linguaggio, alterazioni del sonno. E ancora, in età scolare, perdita di capacità cognitive: problemi di attenzione, di memoria e difficoltà di comprensione. Ma adesso questo elenco si allunga: secondo un team di ricercatori della Drexel University, Philadelphia (Usa), l’esposizione agli schermi di neonati e bambini di età inferiore ai due anni potrebbe essere associata a problemi di elaborazione sensoriale, che sono prevalenti nei disturbi dello spettro autistico e della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Lo studio è stato pubblicato su JAMA Pediatrics. L’elaborazione sensoriale atipica è il disturbo del quale soffrono i bambini che, pur avendo organi di senso normali da un punto di vista fisiologico, sono troppo sensibili – oppure per nulla – agli stimoli dei sensi, ovvero a ciò che vedono, toccano, gustano, annusano, ascoltano. Per esempio, il bambino può toccare o annusare eccessivamente gli oggetti (“ricerca di sensazioni”), può avere una sensibilità inferiore ed essere più lento a rispondere agli stimoli – come essere chiamati per nome (“bassa registrazione”), o può essere turbato da suoni, rumori o luci, ed evitare alcune azioni sensoriali, come farsi lavare i denti (“evitamento di sensazioni”). Lo studio è stato realizzato su dati registrati dal National Children’s Study tra il 2011 e il 2014 su un campione di 1.471 bambini (50%maschi) che avevano guardato – o non avevo guardato – programmi tv o dvd (allora tablet e cellulari non erano diffusi come adesso) a 12, 18 e 24 mesi. I genitori o caregiver hanno compilato un questionario – Infant/Toddler Sensory Profile – progettato per ottenere un “profilo” sensoriale dei bambini a 33 mesi di età. BAMBINI TROPPO SENSIBILI. Risultato: i bambini di un anno che trascorrono del tempo davanti agli schermi hanno una probabilità maggiore del 105% di sviluppare problemi di elaborazione sensoriale entro i 33 mesi; per quelli di 18 mesi, ogni ora in più al giorno trascorso davanti allo schermo è associata a una probabilità maggiore del 23%; infine, per quelli di 24 mesi, ogni ora al giorno in più segnala una probabilità maggiore del 20% entro l’anno successivo. «Abbiamo scoperto che l’esposizione allo schermo entro i 24 mesi di età è legata a un aumento dell’elaborazione sensoriale atipica a 33 mesi», spiega la responsabile dello studio Karen Heffler, professoressa associata di psichiatria alla Drexel University. «E questa associazione potrebbe avere importanti implicazioni per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività e per l’autismo, poiché l’elaborazione sensoriale atipica è riscontrata in circa il 60% dei bambini con ADHD e in circa il 90% dei bambini con disturbo dello spettro autistico». I CONSIGLI DEI PEDIATRI. Se dunque i risultati dello studio indicano che il tempo trascorso davanti allo schermo nei primi anni di vita può essere un fattore significativo, sono necessari «ulteriori approfondimenti per determinare se la visione può alimentare l’iperconnettività cerebrale sensoriale osservata nei disturbi dello spettro autistico, come l’aumento delle risposte cerebrali alla stimolazione sensoriale», conclude Karen Heffler. Una cosa è certa: considerando che la neuroscienza ci ripete da tanto tempo che affidare i bambini piccoli agli schermi-babysitter può causare numerosi problemi comportamentali e di sviluppo, la raccomandazione dei pediatri è sempre la stessa: più giochi e passeggiate all’aria aperta. Ma non con i piccoli seduti sul passeggino con il tablet in mano. FONTE: https://www.focus.it

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