DISTURBI DEL SONNO Tutti i genitori sanno che, tra le fatiche nel prendersi cura dei piccoli bambini, sono da annoverare i loro frequenti risvegli notturni con la conseguente implicita o esplicita richiesta di cure ed attenzioni in un momento in cui, dopo una lunga e faticosa giornata, avrebbero bisogno del fisiologico ristoro dato da una buona dormita. Il ritmo sonno veglia del bambino alla nascita non è sincronizzato con quello dei genitori e, pur dormendo per più di venti ore durante la giornata, i risvegli notturni sono frequenti. Gradatamente il bambino si adatta al ritmo sonno veglia dei genitori ed i risvegli notturni diminuiscono in frequenza ed intensità quale segnale di un buon adattamento tra madre e bambino. Da ciò si deduce che un bambino, i cui bisogni sono soddisfatti e non ha patologie acute o croniche, tende ad adeguarsi ed a sintonizzarsi ai ritmi della madre e dell’ambiente. Nel primo trimestre di vita i disturbi del sonno, come le coliche, i vomiti ed altri sintomi, se non rispondono alle correzioni dietetiche prescritte dai pediatri, sono un segnale di una difficile sintonizzazione tra madre e bambino e, in alcuni casi, nascondono una larvata depressione postpartum della madre che genera insicurezza e frequenti risvegli notturni nel bambino. Ricorrere allo psicologo perinatale può essere utile per stabilire o ristabilire una interazione adeguata tra madre e bambino e, quando è possibile, è anche importante coinvolgere il padre o l’intero nucleo familiare allargato. Le psicoterapie brevi possono risolvere situazioni cariche di criticità. Dalla seconda metà del primo anno ed in particolare all’epoca dello svezzamento sono le angosce di separazione le principali responsabili dei frequenti risvegli notturni dei bambini che spesso non riescono a stare da soli nel lettino e corrono dai genitori angosciati a chiedere aiuto e conforto. I bambini più evoluti e dotati di una fervida vita immaginativa spesso raccontano di sogni spaventosi o di incubi. A volte è l’incubo il responsabile del risveglio sgradevole ed improvviso di notte. SOGNO E INCUBI Ma quanto e cosa sognano i bambini? Studi neurofisiologici hanno dimostrato che durante l’intero periodo di sonno, la percentuale di tempo che viene usata dalla mente per sognare è molto più alta nei bambini rispetto agli adulti. Essa ha precisamente la durata dell’80% nei bambini prematuri e nel primo semestre del primo anno di vita. Si abbassa al 30% nella seconda metà del primo anno e nel giovane adulto si riduce al 20-25%. Se noi consideriamo che la durata del periodo di sonno rispetto a quello di veglia è nei bambini altissima rispetto all’adulto (un bambino nato a termine dorme 16,5 ore nell’arco delle 24 ore e diminuisce a 13 ore alla fine del secondo anno di vita), possiamo senz’altro affermare che gran parte della vita dei bambini molto piccoli è vita onirica. Per quel che riguarda i contenuti del sogno la loro conoscenza è strettamente legata allo sviluppo del linguaggio ed al livello di sviluppo cognitivo raggiunto dal bambino. Durante il primo anno di vita il contenuto piacevole o spiacevole di un sogno può essere compreso dall’adulto solo osservando le variazioni della mimica facciale, in quanto l’infante, incapace di parlare, non è in grado di raccontarlo. Nel secondo anno di vita il bambino non riesce ad organizzare il racconto di un sogno con una trama magari complessa ma riferisce immagini che però non sono distinte e vengono mescolate con fatti reali e tale processo di confusione tra dati reali e immagini oniriche, può durare per tutta la prima infanzia. Queste immagini sono create da esperienze di vita sia recenti che passate, da impulsi, desideri, paure e sono quindi dense di emotività. Esse, man mano che con la crescita aumenta la complessità della vita mentale si organizzano in racconti che rivelano l’aspetto più genuino e più creativo di noi stessi. Compaiono nelle immagini e nei racconti dei sogni genitori, compagni di gioco e animali domestici e a volte feroci. Dai quattro anni in su, durante la fase edipica, si presentano nei sogni streghe, fantasmi, ladri, re e regine, serpenti, fuoco, acqua ad evidenziare le conflittualità che il bambino sta attraversando. Durante la fase di latenza, dai sei ai sette anni in su, compaiono nei sogni figure autoritarie: professori, poliziotti accanto a compagni di gioco o di attività ricreative. Questi contenuti evidenziano il tentativo che fa la psiche, durante il sonno, di riproporre e di risolvere, attraverso il sogno i principali problemi che sia i conflitti legati allo sviluppo che gli eventi a volte traumatici della vita impongono ai bambini. SOGNI RICORRENTI Sono generati da conflitti irrisolti o da eventi traumatici non elaborati. Essi segnalano il tentativo che fa la psiche per liberarsi da eventi sgradevoli ed il fallimento di questo processo. COSA CI COMUNICA IL BAMBINO CON IL SOGNO? Il bambino ci partecipa con il sogno la sua creatività o meglio ci fa conoscere l’artista nascosto e inespresso che c’è in ognuno di noi. Egli, difatti, come il pittore, durante il giorno entra in contatto, soprattutto con gli occhi, con la misteriosa bellezza del mondo e di notte, la ripropone nei sogni attraverso immagini e i racconti personalizzati sullo scenario della mente. IL MONDO DEL SOGNO E IL MONDO DEL GIOCO Sia il sogno che il gioco (parlo ovviamente di quello spontaneo) sono manifestazioni della creatività del bambino. Ma per poter giocare quest’ultimo ha bisogno del mondo esterno che manipola e con cui interagisce; il gioco inizia ed è possibile solo quando l’infante comincia a sentirsi separato dalla madre e la forma più primitiva di esso avviene quando il piccolo comincia a carezzare, tirare, mettere in bocca parti del viso o monili della genitrice come tentativo di riappropriazione o espulsione di quanto sente che non gli appartiene. Il gioco, quindi, come il sogno, offre al bambino la possibilità di esprimere i suoi desideri, i suoi impulsi, i suoi conflitti. Esso però può essere condiviso con altre persone. Il sogno no. È un’attività molto più misteriosa, molto più segreta, che non sempre viene ricordata o condivisa e può avvenire solo in
Adolescenti in ansia ed ansia in adolescenza
A chiunque è capitato, almeno una volta nella vita, di provare ansia. Se negli adulti il disturbo d’ansia si manifesta di solito in modo consapevole – chi soffre di ansia, spesso, sa bene di cosa si tratta! – al contrario, nell’adolescente, l’ansia può presentarsi come qualcosa di inaspettato, indesiderato ed indefinito. L’adolescenza è infatti quel periodo della vita in cui l’equilibrio interno, sotto la spinta dei cambiamenti fisici della pubertà, si modifica attraverso una “crisi evolutiva”. A quest’età può essere molto difficile entrare in contatto con sé stessi e riconoscere cosa accade dentro di sé. L’ansia in adolescenza, quindi, può certamente manifestarsi attraverso i “classici” sintomi psicofisici (sentimento di angoscia o di pericolo, paura, sudorazione, mal di stomaco, tachicardia ecc.) che, in alcuni casi, possono portare all’attacco di panico. Più spesso, però, il malessere può assumere caratteristiche più sfumate, manifestandosi in modo camuffato. Le più comuni manifestazioni di ansia in adolescenza sono: Nervosismo e irritabilità: l’adolescente può sentirsi nervoso o arrabbiato senza motivo Disturbi del sonno: la difficoltà ad addormentarsi, il sonno interrotto o poco profondo o il risveglio precoce o, al contrario, l’ipersonnia, ovvero il bisogno di dormire più del necessario Provocatorietà: se non in grado di riconoscere e di comunicare cosa accade dentro di sé, l’adolescente può chiedere aiuto o manifestare il proprio disagio attraverso atteggiamenti provocatori che possono essere erroneamente interpretati come non rispetto delle regole Scoppi di rabbia: a volte ragazze o ragazzi, anche tranquilli o introversi, possono avere scoppi di rabbia o crisi di pianto senza nessuna ragione apparente. Distraibilità, perdita di contatto con il mondo esterno: a volte, alcuni adolescenti sono talmente presi dal proprio malessere da apparire estremamente disorientati oppure distaccati dalla realtà. In questi casi l’impossibilità ad investire sulla scuola, sui legami umani, sulla propria progettualità, può portare il ragazzo o la ragazza ad evitare ogni contatto con il mondo esterno Si manifesta quando l’adolescente evita persone, luoghi, situazioni che, per motivi diversi, possono causare ansia o estremo malessere, come la scuola, i coetanei, i luoghi chiusi, i luoghi affollati. Tendenza alla programmazione eccessiva e al controllo: l’adolescente può tentare di controllare l’ansia dentro di sé controllando ossessivamente orari, abitudini, tempi della propria vita e di quella degli altri Umore depresso, negatività, pessimismo, bassa autostima Sintomi fisici: spesso, l’ansia in adolescenza si manifesta prevalentemente attraverso il corpo. Mal di testa, mal di stomaco, mal di pancia, dolori al petto, diarrea, dolori muscolari, necessità di urinare frequentemente sono soltanto alcuni dei sintomi somatici più comuni. È importante che i genitori non sottovalutino il problema e si rivolgano ad uno specialista, psichiatra dell’età evolutiva o neuropsichiatra infantile, meglio se psicoterapeuta, e accolgano il malessere del ragazzo, anche e soprattutto se non riconosciuto o comunicato dal ragazzo stesso, in maniera accogliente ed empatica.
La psicologia ai tempi del Coronavirus
È arrivato come uno tsunami: un piccolo essere invisibile che porta distruzione e morte. Già da qualche mese le nubi di questo tragico evento si profilavano e poi addensavano all’orizzonte ma il pericolo veniva da molti ampiamente negato e relegato nella lontana Cina. Ed ora che siamo dentro questa immane tragedia, ora che viviamo nella paura della morte, ora che stiamo cambiando, non solo temporaneamente, ma radicalmente i nostri ritmi di vita, i nostri modi di comunicare, di stare insieme, di avere scambi corporei e affettivi, ora che sentiamo così intensamente la nostra fragilità e la nostra impossibilità di programmare, anche a breve scadenza il nostro futuro, cosa ne sarà del nostro equilibrio psicologico e mentale? Quale è e quale sarà l’impatto traumatico di questo evento senza precedenti nella storia dell’umanità su ognuno di noi? Rintanati nelle nostre case, fortemente limitati nelle attività lavorative e negli scambi sociali, che possono avvenire quasi esclusivamente attraverso la rete, costretti o beneficiari di una solitudine o di convivenze ora gradite ora forzate, incollati alla TV che ci aggiorna con continui “bollettini di guerra”, viviamo sospesi nell’occhio del ciclone. O, se costretti ad attività lavorativa, guardiamo con sospetto qualsiasi persona che si avvicina, come possibile portatore di contagio e si accentua la paura di essere travolti insieme ai nostri cari dagli eventi e di scomparire da un giorno all’altro. Se si lavora in prima linea, come avviene per il personale sanitario, la necessità di salvare vite umane impone turni massacranti con la tendenza alla negazione sia dei fattori personali di rischio che del dolore emotivo che la perdita di vite umane genera. L’emergenza e l’azione tendono a prevalere sul pensiero per limitare i danni, non potendosi permettere di vivere la traumaticità dell’evento. Sappiamo che, a breve, il Covid19, come ha stravolto le nostre vite, ci colpirà ancora, non direttamente sul corpo, ma facendoci pagare un conto molto salato e non solo in termini economici: dovremo infatti ricostruire sulle rovine un nuovo modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri e si modificherà la nostra visione del mondo. Sarà importante, se non essenziale, un sostegno psicologico o un percorso di psicoterapia. Gli specialisti della salute mentale non dovranno lavorare solo su questo evento storico così straordinario, ma anche su come esso si innesta sulla nostra storia attuale e pregressa, creando od aggravando non solo sintomi o specifiche patologie, ma soprattutto uno stato mentale di ansia latente e di sofferenza su cui bisogna assolutamente intervenire. Quando il virus sarà scomparso e, speriamo che ciò accada presto, dovremmo combattere una dura battaglia contro possibili sintomi o sindromi slatentizzate da quanto stiamo vivendo. Ne elenchiamo alcuni: ansia, sensazione di sentirsi senza appoggio, attacchi di panico, depressione, paranoia, claustrofobia, agorafobia, rupofobia, fobia da contatto, disturbo post-traumatico da stress e sindrome del burn-out (quest’ ultimi più frequenti per chi ha lavorato in prima linea). Ci sarà anche un’ampia ricaduta di questo evento sui bambini ed adolescenti, la cui personalità in formazione non è in grado di fronteggiarlo con difese adeguate. Non sempre i genitori sono in grado di sostenerli nei limiti che impone lo stato di quarantena e l’assenza di contatti affettivi e sociali con i coetanei. E che dire dei familiari dei deceduti a causa della pandemia da coronavirus? Portano e porteranno sulle spalle il peso di un lutto molto difficile da accettare ed elaborare perché brusco, avvenuto senza la possibilità di salutare la persona amata e di mettere in atto tutti quei rituali che rendono più tollerabile la scomparsa. Ci aspetta un lavoro psicologico molto intenso di sostegno, costruzione e ricostruzione dell’equilibrio psichico nostro e dei nostri utenti. Gli specialisti di “Psicocolli” con la loro formazione e la loro vitalità sono pronti ed impegnati in questo duro lavoro di significazione di eventi umani quasi impossibili.
Soffri di disturbi d’ansia? Ecco cosa devi sapere
Ansia: che cosa è? L’Ansia è un affetto spiacevole che l’individuo prova quando sente che il suo equilibrio interno o esterno sta per essere o è compromesso. La sua universalità e la sua caratteristica di potersi manifestare in qualsiasi momento dell’esistenza rende ragione del fatto che non esiste essere umano che non abbia provato ansia così come, per fare un paragone con la medicina, non esiste essere umano che non abbia avuto uno stato febbrile. Come la febbre è un segnale estremamente generico di un malessere fisico che va indagato, così l’ansia è un segnale altrettanto generico di un disagio psico-fisico che va capito ed eventualmente risolto. È questa la ragione per cui l’ansia è un sintomo onnipresente non solo in tutte le patologie psichiche, in quelle psicosomatiche e somatiche ma anche in quelle situazioni intrapsichiche, familiari, ambientali e sociali che richiedono un lavoro all’individuo per adeguarsi a situazioni diverse da quelle vissute o progettate o desiderate. Le radici dell’ansia vanno ricercate, in un’ottica evoluzionistica, nei processi di adattamento che, sia a livello biologico che psichico ogni essere umano deve compiere nell’arco dell’esistenza, considerando come primo impatto ansiogeno il momento della nascita con tutte le modifiche che il bambino subisce nel passaggio dalla vita intrauterina a quella extrauterina (Otto Rank). Appena il bambino realizza di essere separato dalla madre insorge “l’ansia da separazione”, definita da Spitz “angoscia dell’ottavo mese” e tante altre manifestazioni ansiose che possono sfociare in sintomi quali fobie infantili o, se prevale l’aspetto inibitorio, in mutismo elettivo, incapacità di giocare o socializzare (fobia sociale). Ansia: come si manifesta? Se l’ansia viene letta come un segnale di allarme ed un tentativo di adattamento ad una condizione di squilibrio psico-fisico se ne comprendono le manifestazioni e i sintomi. Essi sono caratterizzati da uno stato di allarme, dall’attesa di un evento estremamente spiacevole (ansia anticipatoria) sino alla minaccia della sopravvivenza (attacchi di panico) e da tutto un corteo di sintomi fisici, dovuti a scariche di adrenalina con conseguente attivazione del sistema simpatico e parasimpatico. I principali sintomi dell’ansia sono: tachicardia tremori nodo alla gola dispnea irrigidimento muscolare incapacità a rilassarsi insonnia disturbi gastrointestinali (nausea, vomito o diarrea) derealizzazione, depersonalizzazione, paura di impazzire e di morire (più frequenti negli attacchi di panico) e altri che trovano la loro collocazione in una risposta automatica, geneticamente programmata, di reazione di fronte al pericolo dell’ordine attacco – fuga. Kaufman considera i sistemi biologici automatici di reazione ai pericoli come i precursori degli stati psicobiologici legati all’ansia e alla depressione. Da quanto sopra detto si comprende come esiste uno stato d’ansia fisiologico che accompagna l’essere umano durante l’intero arco della sua esistenza ed in tutte le manifestazioni della vita quotidiana e che si intensifica in particolari situazioni di richieste ambientali o di cambiamenti affettivi (pensiamo all’ansia da prestazione, ansia del bambino che va a scuola, all’ansia in adolescenza, in occasione del matrimonio, all’ansia per il parto, per una separazione, un lutto e così via) o anche in condizioni estreme (malattie gravi o invalidanti, incidenti, terremoti, guerre e altro) ed uno stato d’ansia patologico che richiede uno specifico approfondimento e trattamento da parte degli specialisti. Ansia: cosa provoca? L’ansia si manifesta come ansia acuta sotto forma di crisi d’ansia o attacco di panico, che spingono chi ne soffre a chiedere aiuto al Pronto Soccorso, o in forma di ansia cronica o ansia continua o ansia generalizzata. L’ansia può assumere un diverso significato a seconda dell’orario in cui si manifesta. L’ansia al mattino è un segnale della difficoltà ad iniziare l’attività e i problemi che il vivere quotidiano impone, L’ansia della sera è più legata ad una difficoltà ad affrontare una fisiologica regressione psico-fisica e molto frequentemente sfocia nell’insonnia. L’ansia può essere legata anche a particolari eventi della vita quotidiana; per citare i più frequenti: uscire di casa ed affrontare spazi aperti (agorafobia) o al contrario entrare in spazi chiusi quali ascensori, cinema, teatri, sale di conferenze o lezione (claustrofobia). Frequente è anche l’ansia per l’aereo o per altri mezzi di trasporto quali navi, treni o funivie o l’ansia di essere colti da un malessere fisico (caduta, perdita di coscienza stando fuori casa). Come pure esiste “l’ansia anticipatoria” ossia l’ansia legata all’idea di essere colpiti da un attacco di panico. Fantasie ora coscienti ora inconsce, ma distruttive e legate quindi ad un danno che ne verrà al soggetto se compirà l’azione programmata (ad esempio salire su un aereo o prendere l’ascensore) sono le responsabili del blocco. L’aspetto inibitorio prevale e l’individuo non esce, evita l’ascensore, limita le sue attività sociali, non viaggia, non lavora con grave danno per la sua vita affettiva, relazionale e sociale. Sintomi fisici dell’ansia Caratteristica dell’ansia è quella di manifestarsi sotto forma di sintomi somatici; oltre la già citata insonnia, i tremori, la tachicardia, i disturbi gastrointestinali spingono i pazienti ansiosi a rivolgersi al neurologo, al cardiologo, al gastroenterologo. Questi ultimi, constatata l’assenza di lesioni organiche, o somministrano al paziente farmaci ansiolitici che agiscono solo sul sintomo o lo aiutano a tentare di risolvere in modo radicale lo stato ansioso inviandolo dagli specialisti dell’ansia. Disturbi d’ansia e DSM 5 La classificazione nosografica DSM-5 divide i disturbi d’ansia in due grandi categorie: Disturbi d’ansia dell’età evolutiva: disturbi d’ansia da separazione mutismo elettivo fobia specifica disturbo d’ansia sociale (fobia sociale). Disturbi d’ansia dell’adulto: Disturbo di panico Specificatore dell’Attacco di panico Agorafobia Disturbo d’ansia generalizzato (GAD) Disturbo d’ansia indotto da sostanze-farmaci Disturbo d’ansia dovuto ad altre condizioni mediche Disturbo d’ansia con altre specificazioni Disturbo d’ansia senza specificazione. Crisi d’ansia: come affrontarla Cosa fare nel caso in cui si soffra di una crisi d’ansia o attacco di panico? I pazienti che hanno avuto manifestazioni ansiose critiche sono terrorizzati dall’idea che possano ripetersi e la prima richiesta che fanno allo specialista che li prende in cura è di essere aiutati a mettere in atto strategie per prevenire o bloccare, se arrivano all’improvviso, le crisi d’ansia. Una buona abitudine è quella di portare con sé gocce di ansiolitico a rapida azione (il preparato ed il dosaggio, ovviamente, devono
Depressione postpartum (dpp): cosa è importante sapere
La depressione postpartum è stata identificata e trattata come sindrome a sé stante in tempi relativamente recenti. Difatti sino al 1990 non veniva distinta da altre turbe depressive e solo in ambiente scientifico si parlava di depressione materna e non di depressione materna del postpartum. Che cosa è la depressione postpartum? È una patologia che insorge due mesi dopo il parto e che si prolunga fino al primo anno di vita del bambino. La depressione postpartum non è stata individuata come categoria specifica nelle classificazioni internazionali attuali, dsm-v e icd-11. La ragione addotta è che non ci sono elementi specifici che la differenzino dalle altre forme di depressione, che insorgono nelle donne che non hanno partorito, o nelle stesse in altri momenti dell’esistenza. La storia familiare e personale, le manifestazioni cliniche, l’evoluzione degli episodi depressivi, la risposta al trattamento sono le stesse, sia nelle forme di depressione che insorgono nel postpartum, che in quelle che insorgono in altri momenti del ciclo vitale. Il clinico, comunque, che non usa criteri classificatori, percepisce il carattere di “originalità”. L’originalità consiste nel fatto che insorge in un periodo della vita, in cui l’arrivo del neonato mette a dura prova lo stato emotivo, le capacità relazionali della donna, richiedendo rapidi aggiustamenti psichici. Per le diagnosi di depressione postpartum sono importanti tre fattori: La sintomatologia psichica deve durare, da minimo, due settimane. Deve insorgere due mesi dopo il parto e coinvolgere in modo continuativo la paziente. Tale criterio è importante, perché potrebbe essere confusa con la baby blues (banale stato depressivo che insorge nelle puerpere in occasione della montata lattea e che si esaurisce nel giro di qualche ora o pochi giorni) o con la comune iperemotività, insicurezza ed ansietà che insorgono nella cura del bambino piccolo. La depressione crea nella madre un grave disagio che oscilla da una sensazione di sofferenza soggettiva sino ad un vero ostacolo al funzionamento. L’umore è modificato con manifestazioni sintomatiche tipiche della depressione. Depressione postpartum: i sintomi La sintomatologia della depressione postpartum è la seguente: Costante disturbo dell’umore, caratterizzato da tristezza o disforia stabile, poco sensibile agli eventi esterni e che persiste anche quando la mamma parla del suo piccolo. L’irritabilità si alterna alla noia; a volte, il bambino, sempre per poco tempo, migliora lo stato emotivo della madre, altre volte, no. In alcuni casi la madre non riconosce la profonda depressione che la invade, ma la esprime solo attraverso la mimica o una sensazione di sentirsi piatta o con “le batterie scariche”. Stanchezza. Le madri si sentono senza energie ed incapaci di svolgere i compiti anche più semplici. Spesso la stanchezza viene spiegata con la mancanza di sonno, lo stress del parto, la ripresa del lavoro. Perdita di interessi, più o meno estesi, che riguardano l’attività professionale, il mondo esterno, gli impegni domestici e persino la cura del bambino. C’è un’assenza di motivazione e di piacere nel fare le cose, soprattutto nei riguardi del bambino. Presenza di idee depressive. Le donne si sentono incapaci, senza valore, con bassa autostima. Si sentono colpevoli di tutto ciò che non va nel loro bambino, non provano piacere nell’accudirlo. La relazione con il coniuge è difficile, in quanto si lamentano di non ricevere aiuto, ma sono incapaci di accettarlo, quando viene offerto. Le idee negative sono raramente espresse in modo spontaneo. Ciò che emerge più frequentemente è l’impressione di non poter venire fuori da uno stato di emergenza. Le idee suicidarie sono molto rare. Sembra che il bambino abbia un effetto protettivo sul passaggio all’atto suicidario. Disturbi della concentrazione e del comportamento psicomotorio che portano a grave indecisione o a rallentamenti alternati ad agitazione. Essi aumentano il senso di colpa. Disturbi della condotta istintuale. Colpiscono il sonno, l’appetito, la libido. Il disturbo del sonno non è legato ai risvegli provocati dal bambino e consiste in difficoltà dell’addormentamento, risvegli precoci e ruminazione ansiosa. L’ipersonnia è più rara. Spesso si assiste a dimagramento eccessivo, raramente ad iperfagia con conseguente aumento di peso. La perdita della libido è costante. Somatizzazioni. Spesso sono l’unico sintomo riportato dalle donne. L’ansia è estremamente frequente ed è difficile da controllare; spesso è concentrata sul bambino e può essere accompagnata da fobie di impulso, che la donna tende a non esprimere spontaneamente. Depressione postpartum: quanto dura? La durata degli episodi è variabile, la maggior parte delle depressioni postpartum si risolve spontaneamente in tre o sei mesi. Il 73% delle donne guarisce in uno o tre mesi, il 25% in quattro o dodici mesi e solo il 2% è depresso a diciotto mesi (cooper, murray, 1995). L’intensità della depressione è leggera o moderata. La percentuale delle donne colpite oscilla, a seconda degli studi, dal 10 al 20% con una media stimata attorno al 13% in una metanalisi internazionale (o’hara, swain, 1996). La differenza che emerge nella percentuale della patologia nei paesi del mondo, sembra essere collegata alla presenza o meno di riti attorno alla nascita. La loro assenza facilita il senso di inutilità e solitudine della madre. Quando si manifesta la depressione postpartum? Il picco di insorgenza è tra l’ottava e la dodicesima settimana dopo il parto; ma è descritta una forma tardiva che insorge dopo il sesto mese con un picco al nono mese dopo il parto. Sono più a rischio le donne che in passato hanno sofferto di turbe dell’umore, o che hanno avuto lievi disturbi depressivi in gravidanza, o una grave forma di baby blues, o problemi legati al bambino (patologie organiche, temperamento difficile o altro). La depressione postpartum nei padri Il nome di questa forma depressiva può trarre in inganno e far pensare che sia solo legata alla donna che ha partorito ma in realtà può insorgere anche nei padri. In uno studio condotto dal nostro team insieme ai pediatri del policlinico universitario agostino gemelli di roma che si basava sulla somministrazione dell’epds (edinburgh postnatal depressione scale), scala di valutazione più usata nel mondo per individuare i casi di depressione postpartum, e colloqui clinici di approfondimento con psichiatri e psicologi si è dimostrato come anche i padri
