“La scuola ha necessità urgente di prepararsi non attraverso l’etica sacrificale ma con la conoscenza approfondita della sofferenza adolescenziale, delle difficoltà di stare in questa società postnarcisistica, nella quale non è vincente la figura autoritaria che decide la quantità dei compiti, la nota, la bocciatura e il voto come etichettamento e limite di una persona”. Usa queste parole, Isabella Chirico, psicopedagogista e antropologa in educazione e sviluppo in riferimento al confronto che si è aperto in questi giorni dopo l’emissione di una doppia circolare da parte dell’assessora provinciale Francesca Gerosa, nelle quali, tra le altre cose, si evidenzia come le ragazze e i ragazzi abbiano il diritto di staccare durante i periodi di vacanza, oltre che dopo aver portato a termine il proprio lavoro di studenti relativo alle “consegne” date durante le ore di lezione. “Oggi ci troviamo davanti ad una scuola che è forse più digitalizzata dei teenagers: dal registro elettronico, ai pasti, a classroom, alle presenze e chiede uno sforzo alle famiglie di allinearsi con le varie App a cui accedere con un click per vedere un voto, la presenza, i compiti, le email” spiega ancora Chirico Dottoressa Chirico, parlando si scuola, quali sono i fattori di maggiore stress per i ragazzi? C’è una insofferenza sulla quantità di compiti dati durante le vacanze? Nell’ambiente pedagogico arrivano spesso prima i genitori a chiedere consulenze, indicazioni, suggerimenti per capire meglio che cosa stanno attraversando i propri figli sia dentro casa, sia dentro se stessi, sia dentro la scuola. Poi arrivano i ragazzi e le ragazze, a partire già dai 14 anni fino all’inizio della scuola secondaria superiore, a chiedere un luogo personale per parlare. I docenti, in qualità di insegnanti, difficilmente si rivolgono alla competenza educativa e pedagogica per il benessere della classe inteso come gestione dell’apprendimento per tutti. Certamente i docenti possono attingere a corsi di formazione, pubblicazioni di settore e finalmente ora con il Pnrr qualche progetto psico pedagogico viene realizzato a scuola, con destinatari i ragazzi stessi. I fattori di malessere che emergono già dalla scuola primaria fino alla durata delle superiori sono di diverso genere a partire da disturbi legati dall’autostima, all’alimentazione, al contatto con le emozioni e la loro gestione, al rapporto con i pari e l’affettività, a tutto il mondo digitale che si intreccia fitto con il reale. Il mondo scuola vive con i ragazzi, soprattutto nelle fase adolescente, una diaspora scolastica di enorme ampiezza. Come ha scritto il dottor Matteo Lancini nel suo ultimo libro “Sii te stesso a modo mio”, la scuola ha necessità urgente di prepararsi non attraverso l’etica sacrificale ma con la conoscenza approfondita della sofferenza adolescenziale, delle difficoltà di stare in questa società postnarcisistica, nella quale non è vincente la figura autoritaria che decide la quantità dei compiti, la nota, la bocciatura e il voto come etichettamento e limite di una persona, che per il postulato sopra, è nel suo periodo più potente di trasformazione. Raccolgo frasi da bambini di 9 o 10 anni che dicono “ mi sale l’ansia” o in ragazzi “ ho avuto un attacco di panico”. C’è molta self-psicologizzazione già in età evolutiva, di fronte al rendimento scolastico, che può essere legato al compito o alla verifica: succede maggiormente quando, da una parte manca il rapporto significativo con l’insegnante, dall’altra quando vengono messi in agenda verifiche, interrogazioni anche due o tre nello stesso giorno di materie diverse. I compiti a casa sono utili o no? Ci sono troppe consegne o è giusto che ce ne siano ? Compiti a casa? A volte sono un incubo, a volte sono un aiuto. La professoressa Daniela Lucangeli in una intervista pubblicata nel 2019 sul suo canale Facebook al neuroscienziato Campana racconta come l’Italia sia seconda solo alla Russia nel volume – la quantità- di compiti consegnati a casa, e l’efficacia raggiunta viene qualificata “nulla” alla scuola primaria per quanto riguarda l’apprendimento. Si intende “ nulla” sull’apprendimento a lunga durata, mentre i compiti e gli esercizi svolti in classe hanno ottenuto il massimo dell’efficacia, perché guidati dagli insegnanti in una meta analisi condivisa e supportata. La qualità dei compiti a casa offre la possibilità di avere un effetto positivo sulla “ mente accesa” degli allievi. In questa intervista si sottolinea moltissimo la conoscenza, da parte dell’insegnante, del ciclo evolutivo di riferimento, continuare a dare troppi compiti a casa, ai bambini e bambine della primaria, non produce sapere a lunga durata. Dipende anche dal tempo in cui il bambino resta a scuola: se c’è il tempo pieno, non ha efficacia consegnare ulteriori compiti perché producono saturazione alle funzioni cognitive, in altre parole una demotivazione importante. Esiste anche un profondo gap socio economico per le famiglie che possono attivare un sostegno compiti, e quelle che non possono. Per stabilizzare le conoscenze e attingerne poi, afferma la Lucangeli, va compreso il quanto, il come, e con che motivazione sono accompagnarti i bambini per allenare impegno e fatica. Per le medie se l’impegno di studio a casa supera un’ora e mezzo al giorno non è efficace, mentre per le superiori sono stimate due ore e mezza. L’altra fase importante è la correzione dei compiti a casa, nella legittima e sana possibilità che siano sbagliati, si valorizza l’impegno, la gestione della concentrazione, la graduale autonomia nel svolgerli, tenendo presente che il genitore non si può sostituire a un maestro, a un docente. I ragazzi ricevuto input tutto il giorno, dalle mail e dai cellulari. In questo contesto è importante il diritto alla disconnessione? La scuola è forse più digitalizzata dei teenagers: dal registro elettronico, ai pasti, a classroom, alle presenze e chiede uno sforzo alle famiglie di allinearsi con le varie App a cui accedere con un click per vedere un voto, la presenza, i compiti, le email. Viene chiesto quotidianamente ai ragazzi di usare meno i device e i social, nello stesso tempo all’interno della scuola viene caricato il voto della verifica che in pochi secondi è già visualizzato dalla famiglia: con quale emozione entro a casa per condividere un risultato già visualizzato? Che impatto ha tutto questo nella relazione scuola –
Disturbi alimentari in adolescenza, quando il comportamento alimentare è un falso problema
di Lucia Maulucci Definiti “disturbi del comportamento alimentare” dai sistemi di classificazione internazionali, in realtà poco hanno fare con la condotta. Il modo di gestire i pasti, il cibo, l’alimentazione in generale, sono solo la punta dell’iceberg di un problema complesso, profondo ed articolato. Ad eccezione dell’infanzia, quando il rifiuto di mangiare è spesso causato da fobie o stati ansiosi e l’eccesso alimentare può essere sintomo di stati depressivi o derivare da cattiva educazione alimentare, i disturbi alimentari esordiscono solitamente in adolescenza e preadolescenza e prevalentemente nelle ragazze. Anoressia, bulimia, binge eating sono patologie a predominanza femminile :eliminando o tentando di controllare le forme piene del corpo adulto si ribalta in attivo ciò che con la pubertà sui subisce passivamente. Si tratta di patologie dell’adolescenza. Sotto la spinta della pubertà, il corpo sessuato si trasforma e diventa preponderante nella costruzione dell’identità come mai prima durante l’infanzia: la pubertà è il primo, forse più importante cambiamento che la persona subisce, una vera e propria crisi evolutiva. Si tratta di patologie della nostra epoca: un’epoca in cui l’immagine è tanto, forse troppo, essere magra o grassa, riguarda più la percezione di sé che non il dato reale, un ideale di corpo da raggiungere per sentirsi accettata dal gruppo dei pari e che coincide con il valore che ci si attribuisce come persona ( sei magra quindi vali). I disturbi alimentari, esordiscono in sordina ma presto hanno un effetto dirompente sulla vita della ragazza e sulle dinamiche relazionali familiari e non. Attraverso il cibo si controlla il proprio corpo e si controllano anche gli altri, soprattutto i genitori, che spesso sono disorientati e a volte si sentono tiranneggiati dalle scelte alimentari ed estremamente rigide della figlia; tale difficoltà di comprensione reciproca è spesso causa di conflitti Il cibo, infatti, viene caricato di significati che vanno al di là del di ciò che esso davvero è. Certamente non viene assunto perché provocherebbe l’aumento di peso ma a volte non è ingerito perché percepito come ingombrante o persino pericoloso: fare entrare qualcosa nel corpo è visto come un intrusione e una minaccia al proprio Sé. Anche nei casi della bulimia o del binge eating ciò che è ingerito voracemente, a volte è buono e gustoso (spesso l’alimento amato durante l’infanzia e sinonimo di cure) altre volte è vissuto come qualcosa che concretamente calma e colma un vuoto, altre è ancora divorato senza neanche sentirne il sapore, famelicamente distrutto, in grande quantità, e poi rigettato. Considerata l’estrema varietà delle situazioni cliniche possibili e la potenziale gravità della patologia il processo di cura deve necessariamente comprendere diversi professionisti che lavorano in sinergia. I percorsi terapeutici più indicati sono la terapia medico nutrizionale, la psicoterapia individuale di tipo psicodinamico/psicoanalitico che miri non a correggere le condotte di assunzione del cibo ma piuttosto a lavorare sulle radici del problema, ovvero sull’immagine di sé e sul rapporto con il proprio corpo dando spazio ad un autentico riconoscimento dei propri desideri e bisogni , la psicoterapia familiare o genitoriale o che sia di supporto ai genitori, spesso disorientati e confusi rispetto alla sofferenza della figlia e bisognosi di chiarimenti e indicazioni
Bambini e schermi baby Sitter. Quali conseguenze sullo sviluppo?
“I bambini da zero a due anni non dovrebbero essere mai lasciati davanti a uno schermo di tv, tablet, pc e smartphone. Al massimo un’ora al giorno, invece, è il tempo consigliato per i bambini da due a cinque anni”. È l’appello lanciato nel 2019 dall‘Organizzazione mondiale della sanità: anni di studi e decine di ricerche, infatti, avevano riscontrato diversi problemi comportamentali nei bambini piccoli affidati agli schermi-babysitter. TV, TABLET E CELLULARI. L’elenco è lungo: irritabilità, apatia, ritardo nel linguaggio, alterazioni del sonno. E ancora, in età scolare, perdita di capacità cognitive: problemi di attenzione, di memoria e difficoltà di comprensione. Ma adesso questo elenco si allunga: secondo un team di ricercatori della Drexel University, Philadelphia (Usa), l’esposizione agli schermi di neonati e bambini di età inferiore ai due anni potrebbe essere associata a problemi di elaborazione sensoriale, che sono prevalenti nei disturbi dello spettro autistico e della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD). Lo studio è stato pubblicato su JAMA Pediatrics. L’elaborazione sensoriale atipica è il disturbo del quale soffrono i bambini che, pur avendo organi di senso normali da un punto di vista fisiologico, sono troppo sensibili – oppure per nulla – agli stimoli dei sensi, ovvero a ciò che vedono, toccano, gustano, annusano, ascoltano. Per esempio, il bambino può toccare o annusare eccessivamente gli oggetti (“ricerca di sensazioni”), può avere una sensibilità inferiore ed essere più lento a rispondere agli stimoli – come essere chiamati per nome (“bassa registrazione”), o può essere turbato da suoni, rumori o luci, ed evitare alcune azioni sensoriali, come farsi lavare i denti (“evitamento di sensazioni”). Lo studio è stato realizzato su dati registrati dal National Children’s Study tra il 2011 e il 2014 su un campione di 1.471 bambini (50%maschi) che avevano guardato – o non avevo guardato – programmi tv o dvd (allora tablet e cellulari non erano diffusi come adesso) a 12, 18 e 24 mesi. I genitori o caregiver hanno compilato un questionario – Infant/Toddler Sensory Profile – progettato per ottenere un “profilo” sensoriale dei bambini a 33 mesi di età. BAMBINI TROPPO SENSIBILI. Risultato: i bambini di un anno che trascorrono del tempo davanti agli schermi hanno una probabilità maggiore del 105% di sviluppare problemi di elaborazione sensoriale entro i 33 mesi; per quelli di 18 mesi, ogni ora in più al giorno trascorso davanti allo schermo è associata a una probabilità maggiore del 23%; infine, per quelli di 24 mesi, ogni ora al giorno in più segnala una probabilità maggiore del 20% entro l’anno successivo. «Abbiamo scoperto che l’esposizione allo schermo entro i 24 mesi di età è legata a un aumento dell’elaborazione sensoriale atipica a 33 mesi», spiega la responsabile dello studio Karen Heffler, professoressa associata di psichiatria alla Drexel University. «E questa associazione potrebbe avere importanti implicazioni per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività e per l’autismo, poiché l’elaborazione sensoriale atipica è riscontrata in circa il 60% dei bambini con ADHD e in circa il 90% dei bambini con disturbo dello spettro autistico». I CONSIGLI DEI PEDIATRI. Se dunque i risultati dello studio indicano che il tempo trascorso davanti allo schermo nei primi anni di vita può essere un fattore significativo, sono necessari «ulteriori approfondimenti per determinare se la visione può alimentare l’iperconnettività cerebrale sensoriale osservata nei disturbi dello spettro autistico, come l’aumento delle risposte cerebrali alla stimolazione sensoriale», conclude Karen Heffler. Una cosa è certa: considerando che la neuroscienza ci ripete da tanto tempo che affidare i bambini piccoli agli schermi-babysitter può causare numerosi problemi comportamentali e di sviluppo, la raccomandazione dei pediatri è sempre la stessa: più giochi e passeggiate all’aria aperta. Ma non con i piccoli seduti sul passeggino con il tablet in mano. FONTE: https://www.focus.it
Racconti dei monti irpino-dauni, il nuovo libro di Emilia De Rosa
E’ uscito il nuovo libro di Emilia De Rosa e Vincenzo Maulucci, Racconti dei monti irpino-dauni. Il libro è una raccolta di racconti, ambientati nei monti del subappennino dauno, nel periodo storico che va dall’Unità d’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale. Attraverso storie di vita e simpatiche e gustose scene di vita paesana si evidenzia, come sottofondo, uno stato atavico di miseria, di violenza sociale e di sfruttamento dei più deboli e in particolare delle donne. Queste popolazioni, condannate da sempre all’isolamento e mai viste e curate dai poteri centrali, si difendevano o con il brigantaggio verso la fine dell’Ottocento o con l’emigrazione a cavallo delle due guerre. Scritti in parte da Vincenzo Maulucci sono stati, dopo la sua morte, completati dalla moglie Emilia De Rosa, con l’intento di regalare alle nuove generazioni la ricchezza culturale ed emotiva di chi ci ha preceduto. ACQUISTA IL LIBRO
L’adolescenza scomparsa ai tempi della pandemia, non più bambini e neppure mostri
Inquadratura dall’alto. Piccolissime figure che si agitano. Insetti? No, sembra la folla ad un concerto: adolescenti accalcati – senz’altro – la cinepresa si avvicina, mani rapaci provano a ghermire, bocche digrignate: sono un’orda di zombie. “…in alcune civiltà in caso di scelta si salva il bambino, in altre l’adulto…perché il bambino è la speranza, l’adulto la saggezza. Per noi cosa varrà, la speranza o la saggezza?” Questa è la domanda che pone uno dei protagonisti nelle prime puntate della serie Netflix made in Corea del Sud, ai primi posti tra le più viste dell’ultimo periodo. Il ragazzo è chiuso in uno dei laboratori della scuola con un gruppetto di coetanei, spera che gli adulti possano salvarli dopo che una terribile epidemia ha infestato la loro scuola trasformando i compagni in zombie che, ciechi, dinoccolati e famelici, si aggirano per i corridoi. Tutto è iniziato con un padre. Un professore di Scienze, moderno Victor Frankenstein, ha deciso di creare un virus per potenziare l’aggressività del figlio, pesantemente bullizzato dai compagni di scuola, incapace di reagire e non tutelato dal sistema scolastico. Ci appaiono adolescenti invisibili, bidimensionali, a volte macchiettistici, pressati dal sistema che non li sostiene né cerca di sintonizzarsi con i loro bisogni: li vuole primi in tutto. Chi non è primo non esiste. Anche i primi però, i più bravi, appaiono lontani da se stessi, protesi soltanto ad adeguarsi alle aspettative degli altri. Dunque adolescenti che non esistono, come nella domanda iniziale del protagonista, che neppure nomina la fase della vita in cui egli stesso si trova e non si chiede che cosa essa possa rappresentare per una società. Vale la pena salvare l’adolescenza, gli adolescenti? Che significa per un popolo salvare l’adolescenza? La serie Netflix risponde a questa domanda in modo spietato. Infatti, nel tentativo di controllare l’epidemia i militari, accecati dal dubbio che gli studenti sopravvissuti possano essere infetti, e quindi incapaci di vedere altre soluzioni, invece di salvarli decidono di bombardare quattro punti strategici della città: il liceo, il complesso sportivo, l’incrocio principale della città e il future college (!). È quasi immediato, nella rappresentazione di questa cieca sordità dell’adulto, pensare alle recentissime violenze accadute durante le manifestazioni di studenti che chiedevano di essere visti e ascoltati, dopo la tragica morte di un loro coetaneo in un progetto scuola-lavoro. Noi non siamo più vivi, declinato in prima persona plurale, ci appare riferibile ad adolescenti non più vivi perché invisibili/spariti al nostro sguardo, trattati e percepiti dall’adulto come un’orda impazzita e senza controllo. Certo, il virus è terribile. Sono forti i riferimenti alla pandemia, pescano nell’immaginario collettivo di un contagio inarrestabile e senza cura, creato nel laboratorio di una città orientale. Le persone contagiate si ammalano in pochi secondi: la morte/virus prende possesso di loro e loro stessi diventano il virus dimenticando tutto ciò che è umano. Senza memoria e senza parola: si trasformano in fame, in bisogno di mordere e diffondere l’infezione. Di nuovo echi della pandemia da Covid 19: come si fa ad essere vivi, a diventare vivi, in un mondo di zombie con un virus che contagia e che toglie la vita, la possibilità di amarsi, di stare insieme e di trovare se stessi? Solo Nam Ra, la Rappresentante degli studenti, morsa anche lei, riesce a non trasformarsi, combatte il virus e si trova nella condizione di essere una mezzombie, a metà quindi, finalmente: un’adolescente assolutamente imperfetta, umana e zombie insieme. Il gruppo non la distrugge, anzi la accoglie. È da questo momento che lo scenario cambia e si può cominciare ad essere vivi. In un mondo in cui gli adulti hanno voltato le spalle ai giovani condannando a morte i sopravvissuti, la salvezza sarà nell’alleanza tra compagni di scuola, da sempre conosciuti e ora riscoperti anche nella loro profondità umana, e quindi imperfetti e perciò anche invidiosi, distruttivi o violenti. Nam Ra è combattuta tra spinte emotive interne diverse e violente, tra il lasciarsi andare agli istinti famelici di divorare i compagni e il poter riconoscere il valore essenziale delle relazioni umane, del contatto, della bellezza del potere so-stare insieme, magari seduti attorno ad un fuoco. Soltanto alla fine della serie Nam Ra, potrà rispondere alla domanda iniziale concludendo un duro percorso di formazione, proprio e dei compagni, e solo allora potrà dire non sono una bambina e non sono un’adulta, non sono viva ma non sono un mostro. di Lucia Maulucci per www.centropsicoanaliticodiroma.it
Disturbi del sonno, sogno e incubi nella prima infanzia
DISTURBI DEL SONNO Tutti i genitori sanno che, tra le fatiche nel prendersi cura dei piccoli bambini, sono da annoverare i loro frequenti risvegli notturni con la conseguente implicita o esplicita richiesta di cure ed attenzioni in un momento in cui, dopo una lunga e faticosa giornata, avrebbero bisogno del fisiologico ristoro dato da una buona dormita. Il ritmo sonno veglia del bambino alla nascita non è sincronizzato con quello dei genitori e, pur dormendo per più di venti ore durante la giornata, i risvegli notturni sono frequenti. Gradatamente il bambino si adatta al ritmo sonno veglia dei genitori ed i risvegli notturni diminuiscono in frequenza ed intensità quale segnale di un buon adattamento tra madre e bambino. Da ciò si deduce che un bambino, i cui bisogni sono soddisfatti e non ha patologie acute o croniche, tende ad adeguarsi ed a sintonizzarsi ai ritmi della madre e dell’ambiente. Nel primo trimestre di vita i disturbi del sonno, come le coliche, i vomiti ed altri sintomi, se non rispondono alle correzioni dietetiche prescritte dai pediatri, sono un segnale di una difficile sintonizzazione tra madre e bambino e, in alcuni casi, nascondono una larvata depressione postpartum della madre che genera insicurezza e frequenti risvegli notturni nel bambino. Ricorrere allo psicologo perinatale può essere utile per stabilire o ristabilire una interazione adeguata tra madre e bambino e, quando è possibile, è anche importante coinvolgere il padre o l’intero nucleo familiare allargato. Le psicoterapie brevi possono risolvere situazioni cariche di criticità. Dalla seconda metà del primo anno ed in particolare all’epoca dello svezzamento sono le angosce di separazione le principali responsabili dei frequenti risvegli notturni dei bambini che spesso non riescono a stare da soli nel lettino e corrono dai genitori angosciati a chiedere aiuto e conforto. I bambini più evoluti e dotati di una fervida vita immaginativa spesso raccontano di sogni spaventosi o di incubi. A volte è l’incubo il responsabile del risveglio sgradevole ed improvviso di notte. SOGNO E INCUBI Ma quanto e cosa sognano i bambini? Studi neurofisiologici hanno dimostrato che durante l’intero periodo di sonno, la percentuale di tempo che viene usata dalla mente per sognare è molto più alta nei bambini rispetto agli adulti. Essa ha precisamente la durata dell’80% nei bambini prematuri e nel primo semestre del primo anno di vita. Si abbassa al 30% nella seconda metà del primo anno e nel giovane adulto si riduce al 20-25%. Se noi consideriamo che la durata del periodo di sonno rispetto a quello di veglia è nei bambini altissima rispetto all’adulto (un bambino nato a termine dorme 16,5 ore nell’arco delle 24 ore e diminuisce a 13 ore alla fine del secondo anno di vita), possiamo senz’altro affermare che gran parte della vita dei bambini molto piccoli è vita onirica. Per quel che riguarda i contenuti del sogno la loro conoscenza è strettamente legata allo sviluppo del linguaggio ed al livello di sviluppo cognitivo raggiunto dal bambino. Durante il primo anno di vita il contenuto piacevole o spiacevole di un sogno può essere compreso dall’adulto solo osservando le variazioni della mimica facciale, in quanto l’infante, incapace di parlare, non è in grado di raccontarlo. Nel secondo anno di vita il bambino non riesce ad organizzare il racconto di un sogno con una trama magari complessa ma riferisce immagini che però non sono distinte e vengono mescolate con fatti reali e tale processo di confusione tra dati reali e immagini oniriche, può durare per tutta la prima infanzia. Queste immagini sono create da esperienze di vita sia recenti che passate, da impulsi, desideri, paure e sono quindi dense di emotività. Esse, man mano che con la crescita aumenta la complessità della vita mentale si organizzano in racconti che rivelano l’aspetto più genuino e più creativo di noi stessi. Compaiono nelle immagini e nei racconti dei sogni genitori, compagni di gioco e animali domestici e a volte feroci. Dai quattro anni in su, durante la fase edipica, si presentano nei sogni streghe, fantasmi, ladri, re e regine, serpenti, fuoco, acqua ad evidenziare le conflittualità che il bambino sta attraversando. Durante la fase di latenza, dai sei ai sette anni in su, compaiono nei sogni figure autoritarie: professori, poliziotti accanto a compagni di gioco o di attività ricreative. Questi contenuti evidenziano il tentativo che fa la psiche, durante il sonno, di riproporre e di risolvere, attraverso il sogno i principali problemi che sia i conflitti legati allo sviluppo che gli eventi a volte traumatici della vita impongono ai bambini. SOGNI RICORRENTI Sono generati da conflitti irrisolti o da eventi traumatici non elaborati. Essi segnalano il tentativo che fa la psiche per liberarsi da eventi sgradevoli ed il fallimento di questo processo. COSA CI COMUNICA IL BAMBINO CON IL SOGNO? Il bambino ci partecipa con il sogno la sua creatività o meglio ci fa conoscere l’artista nascosto e inespresso che c’è in ognuno di noi. Egli, difatti, come il pittore, durante il giorno entra in contatto, soprattutto con gli occhi, con la misteriosa bellezza del mondo e di notte, la ripropone nei sogni attraverso immagini e i racconti personalizzati sullo scenario della mente. IL MONDO DEL SOGNO E IL MONDO DEL GIOCO Sia il sogno che il gioco (parlo ovviamente di quello spontaneo) sono manifestazioni della creatività del bambino. Ma per poter giocare quest’ultimo ha bisogno del mondo esterno che manipola e con cui interagisce; il gioco inizia ed è possibile solo quando l’infante comincia a sentirsi separato dalla madre e la forma più primitiva di esso avviene quando il piccolo comincia a carezzare, tirare, mettere in bocca parti del viso o monili della genitrice come tentativo di riappropriazione o espulsione di quanto sente che non gli appartiene. Il gioco, quindi, come il sogno, offre al bambino la possibilità di esprimere i suoi desideri, i suoi impulsi, i suoi conflitti. Esso però può essere condiviso con altre persone. Il sogno no. È un’attività molto più misteriosa, molto più segreta, che non sempre viene ricordata o condivisa e può avvenire solo in
Adolescenti in ansia ed ansia in adolescenza
A chiunque è capitato, almeno una volta nella vita, di provare ansia. Se negli adulti il disturbo d’ansia si manifesta di solito in modo consapevole – chi soffre di ansia, spesso, sa bene di cosa si tratta! – al contrario, nell’adolescente, l’ansia può presentarsi come qualcosa di inaspettato, indesiderato ed indefinito. L’adolescenza è infatti quel periodo della vita in cui l’equilibrio interno, sotto la spinta dei cambiamenti fisici della pubertà, si modifica attraverso una “crisi evolutiva”. A quest’età può essere molto difficile entrare in contatto con sé stessi e riconoscere cosa accade dentro di sé. L’ansia in adolescenza, quindi, può certamente manifestarsi attraverso i “classici” sintomi psicofisici (sentimento di angoscia o di pericolo, paura, sudorazione, mal di stomaco, tachicardia ecc.) che, in alcuni casi, possono portare all’attacco di panico. Più spesso, però, il malessere può assumere caratteristiche più sfumate, manifestandosi in modo camuffato. Le più comuni manifestazioni di ansia in adolescenza sono: Nervosismo e irritabilità: l’adolescente può sentirsi nervoso o arrabbiato senza motivo Disturbi del sonno: la difficoltà ad addormentarsi, il sonno interrotto o poco profondo o il risveglio precoce o, al contrario, l’ipersonnia, ovvero il bisogno di dormire più del necessario Provocatorietà: se non in grado di riconoscere e di comunicare cosa accade dentro di sé, l’adolescente può chiedere aiuto o manifestare il proprio disagio attraverso atteggiamenti provocatori che possono essere erroneamente interpretati come non rispetto delle regole Scoppi di rabbia: a volte ragazze o ragazzi, anche tranquilli o introversi, possono avere scoppi di rabbia o crisi di pianto senza nessuna ragione apparente. Distraibilità, perdita di contatto con il mondo esterno: a volte, alcuni adolescenti sono talmente presi dal proprio malessere da apparire estremamente disorientati oppure distaccati dalla realtà. In questi casi l’impossibilità ad investire sulla scuola, sui legami umani, sulla propria progettualità, può portare il ragazzo o la ragazza ad evitare ogni contatto con il mondo esterno Si manifesta quando l’adolescente evita persone, luoghi, situazioni che, per motivi diversi, possono causare ansia o estremo malessere, come la scuola, i coetanei, i luoghi chiusi, i luoghi affollati. Tendenza alla programmazione eccessiva e al controllo: l’adolescente può tentare di controllare l’ansia dentro di sé controllando ossessivamente orari, abitudini, tempi della propria vita e di quella degli altri Umore depresso, negatività, pessimismo, bassa autostima Sintomi fisici: spesso, l’ansia in adolescenza si manifesta prevalentemente attraverso il corpo. Mal di testa, mal di stomaco, mal di pancia, dolori al petto, diarrea, dolori muscolari, necessità di urinare frequentemente sono soltanto alcuni dei sintomi somatici più comuni. È importante che i genitori non sottovalutino il problema e si rivolgano ad uno specialista, psichiatra dell’età evolutiva o neuropsichiatra infantile, meglio se psicoterapeuta, e accolgano il malessere del ragazzo, anche e soprattutto se non riconosciuto o comunicato dal ragazzo stesso, in maniera accogliente ed empatica.
La psicologia ai tempi del Coronavirus
È arrivato come uno tsunami: un piccolo essere invisibile che porta distruzione e morte. Già da qualche mese le nubi di questo tragico evento si profilavano e poi addensavano all’orizzonte ma il pericolo veniva da molti ampiamente negato e relegato nella lontana Cina. Ed ora che siamo dentro questa immane tragedia, ora che viviamo nella paura della morte, ora che stiamo cambiando, non solo temporaneamente, ma radicalmente i nostri ritmi di vita, i nostri modi di comunicare, di stare insieme, di avere scambi corporei e affettivi, ora che sentiamo così intensamente la nostra fragilità e la nostra impossibilità di programmare, anche a breve scadenza il nostro futuro, cosa ne sarà del nostro equilibrio psicologico e mentale? Quale è e quale sarà l’impatto traumatico di questo evento senza precedenti nella storia dell’umanità su ognuno di noi? Rintanati nelle nostre case, fortemente limitati nelle attività lavorative e negli scambi sociali, che possono avvenire quasi esclusivamente attraverso la rete, costretti o beneficiari di una solitudine o di convivenze ora gradite ora forzate, incollati alla TV che ci aggiorna con continui “bollettini di guerra”, viviamo sospesi nell’occhio del ciclone. O, se costretti ad attività lavorativa, guardiamo con sospetto qualsiasi persona che si avvicina, come possibile portatore di contagio e si accentua la paura di essere travolti insieme ai nostri cari dagli eventi e di scomparire da un giorno all’altro. Se si lavora in prima linea, come avviene per il personale sanitario, la necessità di salvare vite umane impone turni massacranti con la tendenza alla negazione sia dei fattori personali di rischio che del dolore emotivo che la perdita di vite umane genera. L’emergenza e l’azione tendono a prevalere sul pensiero per limitare i danni, non potendosi permettere di vivere la traumaticità dell’evento. Sappiamo che, a breve, il Covid19, come ha stravolto le nostre vite, ci colpirà ancora, non direttamente sul corpo, ma facendoci pagare un conto molto salato e non solo in termini economici: dovremo infatti ricostruire sulle rovine un nuovo modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri e si modificherà la nostra visione del mondo. Sarà importante, se non essenziale, un sostegno psicologico o un percorso di psicoterapia. Gli specialisti della salute mentale non dovranno lavorare solo su questo evento storico così straordinario, ma anche su come esso si innesta sulla nostra storia attuale e pregressa, creando od aggravando non solo sintomi o specifiche patologie, ma soprattutto uno stato mentale di ansia latente e di sofferenza su cui bisogna assolutamente intervenire. Quando il virus sarà scomparso e, speriamo che ciò accada presto, dovremmo combattere una dura battaglia contro possibili sintomi o sindromi slatentizzate da quanto stiamo vivendo. Ne elenchiamo alcuni: ansia, sensazione di sentirsi senza appoggio, attacchi di panico, depressione, paranoia, claustrofobia, agorafobia, rupofobia, fobia da contatto, disturbo post-traumatico da stress e sindrome del burn-out (quest’ ultimi più frequenti per chi ha lavorato in prima linea). Ci sarà anche un’ampia ricaduta di questo evento sui bambini ed adolescenti, la cui personalità in formazione non è in grado di fronteggiarlo con difese adeguate. Non sempre i genitori sono in grado di sostenerli nei limiti che impone lo stato di quarantena e l’assenza di contatti affettivi e sociali con i coetanei. E che dire dei familiari dei deceduti a causa della pandemia da coronavirus? Portano e porteranno sulle spalle il peso di un lutto molto difficile da accettare ed elaborare perché brusco, avvenuto senza la possibilità di salutare la persona amata e di mettere in atto tutti quei rituali che rendono più tollerabile la scomparsa. Ci aspetta un lavoro psicologico molto intenso di sostegno, costruzione e ricostruzione dell’equilibrio psichico nostro e dei nostri utenti. Gli specialisti di “Psicocolli” con la loro formazione e la loro vitalità sono pronti ed impegnati in questo duro lavoro di significazione di eventi umani quasi impossibili.
Soffri di disturbi d’ansia? Ecco cosa devi sapere
Ansia: che cosa è? L’Ansia è un affetto spiacevole che l’individuo prova quando sente che il suo equilibrio interno o esterno sta per essere o è compromesso. La sua universalità e la sua caratteristica di potersi manifestare in qualsiasi momento dell’esistenza rende ragione del fatto che non esiste essere umano che non abbia provato ansia così come, per fare un paragone con la medicina, non esiste essere umano che non abbia avuto uno stato febbrile. Come la febbre è un segnale estremamente generico di un malessere fisico che va indagato, così l’ansia è un segnale altrettanto generico di un disagio psico-fisico che va capito ed eventualmente risolto. È questa la ragione per cui l’ansia è un sintomo onnipresente non solo in tutte le patologie psichiche, in quelle psicosomatiche e somatiche ma anche in quelle situazioni intrapsichiche, familiari, ambientali e sociali che richiedono un lavoro all’individuo per adeguarsi a situazioni diverse da quelle vissute o progettate o desiderate. Le radici dell’ansia vanno ricercate, in un’ottica evoluzionistica, nei processi di adattamento che, sia a livello biologico che psichico ogni essere umano deve compiere nell’arco dell’esistenza, considerando come primo impatto ansiogeno il momento della nascita con tutte le modifiche che il bambino subisce nel passaggio dalla vita intrauterina a quella extrauterina (Otto Rank). Appena il bambino realizza di essere separato dalla madre insorge “l’ansia da separazione”, definita da Spitz “angoscia dell’ottavo mese” e tante altre manifestazioni ansiose che possono sfociare in sintomi quali fobie infantili o, se prevale l’aspetto inibitorio, in mutismo elettivo, incapacità di giocare o socializzare (fobia sociale). Ansia: come si manifesta? Se l’ansia viene letta come un segnale di allarme ed un tentativo di adattamento ad una condizione di squilibrio psico-fisico se ne comprendono le manifestazioni e i sintomi. Essi sono caratterizzati da uno stato di allarme, dall’attesa di un evento estremamente spiacevole (ansia anticipatoria) sino alla minaccia della sopravvivenza (attacchi di panico) e da tutto un corteo di sintomi fisici, dovuti a scariche di adrenalina con conseguente attivazione del sistema simpatico e parasimpatico. I principali sintomi dell’ansia sono: tachicardia tremori nodo alla gola dispnea irrigidimento muscolare incapacità a rilassarsi insonnia disturbi gastrointestinali (nausea, vomito o diarrea) derealizzazione, depersonalizzazione, paura di impazzire e di morire (più frequenti negli attacchi di panico) e altri che trovano la loro collocazione in una risposta automatica, geneticamente programmata, di reazione di fronte al pericolo dell’ordine attacco – fuga. Kaufman considera i sistemi biologici automatici di reazione ai pericoli come i precursori degli stati psicobiologici legati all’ansia e alla depressione. Da quanto sopra detto si comprende come esiste uno stato d’ansia fisiologico che accompagna l’essere umano durante l’intero arco della sua esistenza ed in tutte le manifestazioni della vita quotidiana e che si intensifica in particolari situazioni di richieste ambientali o di cambiamenti affettivi (pensiamo all’ansia da prestazione, ansia del bambino che va a scuola, all’ansia in adolescenza, in occasione del matrimonio, all’ansia per il parto, per una separazione, un lutto e così via) o anche in condizioni estreme (malattie gravi o invalidanti, incidenti, terremoti, guerre e altro) ed uno stato d’ansia patologico che richiede uno specifico approfondimento e trattamento da parte degli specialisti. Ansia: cosa provoca? L’ansia si manifesta come ansia acuta sotto forma di crisi d’ansia o attacco di panico, che spingono chi ne soffre a chiedere aiuto al Pronto Soccorso, o in forma di ansia cronica o ansia continua o ansia generalizzata. L’ansia può assumere un diverso significato a seconda dell’orario in cui si manifesta. L’ansia al mattino è un segnale della difficoltà ad iniziare l’attività e i problemi che il vivere quotidiano impone, L’ansia della sera è più legata ad una difficoltà ad affrontare una fisiologica regressione psico-fisica e molto frequentemente sfocia nell’insonnia. L’ansia può essere legata anche a particolari eventi della vita quotidiana; per citare i più frequenti: uscire di casa ed affrontare spazi aperti (agorafobia) o al contrario entrare in spazi chiusi quali ascensori, cinema, teatri, sale di conferenze o lezione (claustrofobia). Frequente è anche l’ansia per l’aereo o per altri mezzi di trasporto quali navi, treni o funivie o l’ansia di essere colti da un malessere fisico (caduta, perdita di coscienza stando fuori casa). Come pure esiste “l’ansia anticipatoria” ossia l’ansia legata all’idea di essere colpiti da un attacco di panico. Fantasie ora coscienti ora inconsce, ma distruttive e legate quindi ad un danno che ne verrà al soggetto se compirà l’azione programmata (ad esempio salire su un aereo o prendere l’ascensore) sono le responsabili del blocco. L’aspetto inibitorio prevale e l’individuo non esce, evita l’ascensore, limita le sue attività sociali, non viaggia, non lavora con grave danno per la sua vita affettiva, relazionale e sociale. Sintomi fisici dell’ansia Caratteristica dell’ansia è quella di manifestarsi sotto forma di sintomi somatici; oltre la già citata insonnia, i tremori, la tachicardia, i disturbi gastrointestinali spingono i pazienti ansiosi a rivolgersi al neurologo, al cardiologo, al gastroenterologo. Questi ultimi, constatata l’assenza di lesioni organiche, o somministrano al paziente farmaci ansiolitici che agiscono solo sul sintomo o lo aiutano a tentare di risolvere in modo radicale lo stato ansioso inviandolo dagli specialisti dell’ansia. Disturbi d’ansia e DSM 5 La classificazione nosografica DSM-5 divide i disturbi d’ansia in due grandi categorie: Disturbi d’ansia dell’età evolutiva: disturbi d’ansia da separazione mutismo elettivo fobia specifica disturbo d’ansia sociale (fobia sociale). Disturbi d’ansia dell’adulto: Disturbo di panico Specificatore dell’Attacco di panico Agorafobia Disturbo d’ansia generalizzato (GAD) Disturbo d’ansia indotto da sostanze-farmaci Disturbo d’ansia dovuto ad altre condizioni mediche Disturbo d’ansia con altre specificazioni Disturbo d’ansia senza specificazione. Crisi d’ansia: come affrontarla Cosa fare nel caso in cui si soffra di una crisi d’ansia o attacco di panico? I pazienti che hanno avuto manifestazioni ansiose critiche sono terrorizzati dall’idea che possano ripetersi e la prima richiesta che fanno allo specialista che li prende in cura è di essere aiutati a mettere in atto strategie per prevenire o bloccare, se arrivano all’improvviso, le crisi d’ansia. Una buona abitudine è quella di portare con sé gocce di ansiolitico a rapida azione (il preparato ed il dosaggio, ovviamente, devono
Come riconoscere l’autismo nei bambini
Parliamo di autismo… Come riconoscere i primi sintomi di autismo nei bambini Che cos’è l’autismo? Tra le patologie neuropsichiatriche infantili, l’autismo è forse la più grave non solo per la serietà e complessità del quadro sintomatologico ma soprattutto perché ne sappiamo ancora poco: molti sono gli interrogativi che si pongono i genitori e a cui non sempre, o non completamente, lo psichiatra infantile, il neuropsichiatra infantile o il pediatra sono in grado di rispondere: L’autismo è una patologia genetica? Quali sono le cause dell’autismo? Come mai negli ultimi decenni le diagnosi di autismo sono drammaticamente aumentate? E poi, come si cura l’autismo? Si può guarire dall’autismo? C’è una componente ambientale sulla quale possiamo agire per impedire l’insorgere o almeno l’aggravarsi della patologia, oppure un bambino che ha una ancora non identificata predisposizione genetica all’autismo è inesorabilmente condannato a diventare autistico? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Tipi di autismo Di autismo esistono moltissimi tipi. Nelle categorie diagnostiche internazionali, l’autismo rientra nei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo di cui fanno parte il Disturbo Autistico, il Disturbo Disintegrativo della Fanciullezza, la Sindrome di Asperger, la Sindrome di Rett, il Disturbo pervasivo dello Sviluppo non altrimenti Specificato (DPSNAS). Si parla di Disturbo Pervasivo dello Sviluppo perché i bambini presentano gravi difficolta nella relazione e nella comunicazione (la parola, lo sguardo), associate alla difficoltà nella regolazione dei processi fisiologici, sensoriali, attentivi, motori, cognitivi, somatici ed affettivi come il gioco, il controllo sfinterico, la coordinazione motoria. Tuttavia la compromissione di tali funzioni e l’arresto di tali processi evolutivi è estremamente variabile: si passa dalle sindromi conclamate ben note in letteratura ad esempio la sindrome di Asperger, o la grave sindrome di Rett (si tratta di una grave malattia neurodegenerativa che presenta un quadro sintomatologico di tipo autistico) fino a forme di autismo al limite o di cosiddetto autismo lieve. È questo il motivo per cui molti clinici preferiscono utilizzare, per i bambini fino a due anni, non la diagnosi di Disturbo Pervasivo dello Sviluppo (DPSNAS) ma quella di Disturbo Multisistemico dello Sviluppo (DMSS), includendo in questa categoria tutti i bambini che presentano difficoltà più o meno gravi nella relazione, comunicazione, affettività e processazione sensoriale, difficoltà che si modificano man mano che lo sviluppo progredisce. Aumento delle diagnosi di autismo Secondo alcuni studiosi, l’aumento delle diagnosi di autismo è da ricercarsi proprio in questa labilità del confine: se cinquant’anni fa veniva considerato autistico solo un bambino con un quadro sintomatologico conclamato, al giorno d’oggi si parla Disturbo Multisistemico dello Sviluppo o di disturbo dello spettro autistico, e nella diagnosi si includono tutte quelle forme dubbie o di autismo lieve, che indicano soprattutto quelle in cui la sintomatologia è parziale o non incide pesantemente sulla vita del bambino soprattutto in termini di autonomia, di raggiungimento di tappe evolutive e di integrazione sociale. Secondo altri esistono delle componenti ambientali-relazionali che possono incidere sullo strutturarsi di difese patologiche che possono poi cronicizzare e dare origine all’autismo. Ipotesi di farmaci o vaccini come causa della malattia sono prive di qualunque fondamento scientifico. Cause dell’autismo Per quanto non si possa escludere, a priori, una componente genetica che non sia ancora stata individuata, oggi l’autismo viene considerato una sindrome di origine neurobiologica, ad indicare che modelli comportamentali sbagliati, difese patologiche, modelli di attaccamento o di relazione disfunzionali, se introiettati quando il bambino è molto piccolo e il suo sistema nervoso centrale è in evoluzione, possono diventare stabili e fissi in quanto possono modificare permanentemente le sinapsi neuronali. “Autismo neonatale” Non tutti sanno che i bambini appena nati, fino ai due mesi di età, sono fisiologicamente chiusi in un guscio che li protegge dal mondo esterno, si parla, a quest’età, di autismo fisiologico. I neonati hanno, infatti, una soglia di percezione molto bassa nei confronti degli stimoli interni (un neonato piange angosciato appena sente lo stimolo della fame o se ha un dolore fisico); al contrario, nei confronti degli stimoli esterni la soglia è altissima. Un bambino appena nato può dormire anche venti ore al giorno, anche in ambienti molto rumorosi, incurante degli stimoli esterni, come a voler mantenere, nell’attesa che alcune funzioni cerebrali completino il loro sviluppo, l’ambiente protetto dell’utero. Verso la fine del secondo mese, questo guscio protettivo inizia a schiudersi ed il bambino comincia ad aprirsi al mondo: risponde agli stimoli, interagisce, sorride se gli si sorride e così via. In alcuni casi il guscio non si rompe. In altri, il guscio si rompe per poi essere ricostruito. In questi casi al termine di autismo neonatale si preferisce quello di ritiro sociale o ritiro neonatale. Cosa si intende per ritiro? Il ritiro è un comportamento di difesa, una manovra di ripiegamento in sé stessi di fronte al pericolo che è parte del primitivo sistema di attacco-fuga che protegge ogni essere vivente quando si sente minacciato o quando percepisce l’ambiente come ostile. Pensiamo alla tartaruga che si rintana nel suo guscio, oppure agli animali che rimangono immobili in presenza dei predatori o ai mammiferi che durante l’inverno riducono al minimo le funzioni vitali e vanno in letargo. Il ritiro quale comportamento difensivo di ogni essere vivente e quindi anche dell’uomo, entro certi limiti, non ha nulla di patologico. Tale difesa è molto evidente in particolar modo nei bambini quando sono ammalati, stanchi o nell’addormentamento. Genitori, pediatri e tutti coloro che hanno a che fare con i bambini piccoli sanno di cosa si tratta e comprendono che un bambino in quello stato possa non avere voglia di parlare, di giocare, di interagire. Se però la difesa del ritiro viene utilizzata in modo pervasivo e persistente allora rappresenta un importante campanello d’allarme. Come ci si ammala di autismo? L’autismo può manifestarsi in maniera imprevedibile o, viceversa, subdola e progressiva, solitamente entro i primi due anni di vita. Può accadere che un neonato non raggiunga mai le tappe di sviluppo attese, non riesca mai a rompere del tutto il guscio protettivo dei primi due mesi di vita e quindi non cerchi il contatto visivo, non interagisca con l’ambiente oppure non raggiunga mai la
